lunes, 27 de enero de 2014

L'apologia di Socrate


L'apologia di Socrate

Platone

Socrate dissi: 
-"Io solo so che non so quello che non so".
GIC



I.


Quello che è avvenuto a voi, Ateniesi, in udire i miei accusatori, non so; ma io, per cagion loro, poco meno mi dimenticai di me stesso, cosí parlarono persuasivamente: benché, se ho a dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro menzogne ne ammirai massimamente una, questa: dissero che a voi bene conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono terribile dicitore. Imperocché a non vergognarsi che tosto li avrei smentiti, mostrando in fatto non essere niente terribile dicitore, questa mi parve la lor maggiore impudenza: salvo che non chiamino terribile dicitore uno che dice il vero; ché, se intendono cosí, ben consentirei che sono oratore io: ma non a lor modo. Essi dunque han detto poco o nulla di vero, come io dico; ma da me voi udirete tutta la verità. Non, per Giove, orazioni ornate, come le loro, di frasi e parole belle; ma sí udirete cose dette senza niuno studio, con quelle parole che vengono, ma giuste, io credo; e niun di voi si aspetti altro da me. Perché non istarebbe bene, che io, o cittadini, venissi innanzi a voi come un giovinetto che modelli sue orazioni; io, a questa età. Anzi, o Ateniesi, di questo prego voi, e voi supplico, che se udite me con quelle parole difender me stesso con le quali son solito parlare e in mercato ai banchi, dove mi hanno udito molti di voi, e altrove, non vi maravigliate né facciate rumore. La cosa va cosí: io, la prima volta ora, vengo su in tribunale e ho settant'anni; onde alla dicitura di qui sono proprio forestiero. E dacché, se fossi veramente forestiero, voi mi perdonereste se io vi parlassi in quella voce e quel modo ne' quali fossi allevato, prego voi ora (e mi par che a ragione) che non badiate alla maniera di dire (forse potrebb'ella esser peggio, forse meglio), e guardiate solo e consideriate se dico cose giuste, o no. Imperocché questa è la virtú del giudice; quella dell'oratore poi, è dire il vero.

II.

E ora, o Ateniesi, è giusto che prima io mi difenda contro le prime false accuse e contro i primi accusatori; poi contro quelle e quelli venuti dopo. Imperocché accusatori miei presso voi ce n'è stati molti, e da un pezzo, sono già molti anni, non dicendo nulla di vero: i quali piú mi dànno paura che non Anito e i suoi seguaci, contuttoché terribili, anche loro. Ma quelli sono piú terribili, o cittadini; i quali, pigliando i piú di voi ancor fanciulli, di loro accuse contro me in nulla vere vi ebbero persuasi: che ci è un certo Socrate, uomo sapiente, speculatore delle cose del cielo e cercatore di tutte le cose sotto terra, e che le piú deboli ragioni fa piú forti. E gli spargitori, o Ateniesi, di questa fama, essi sono i miei terribili accusatori; imperocché pensano quelli che li odono, i cercatori di cotali cose non creder né anche negl'Iddii. E poi questi accusatori sono molti e m'han già accusato da molto tempo, parlando in quella età a voi nella quale molto credevate per essere fanciulli, alcuni giovinetti; e mi hanno accusato, me assente, niuno difendendomi. E la piú strana cosa è che non si possa conoscere e dire loro nomi, salvoché qualche comediografo; ma, tutti quelli che voi ebbero persuasi per invidia o calunnia, o perché persuasi e persuadenti alla loro volta, verso questi non so che fare io: né si può qua menare nessun di loro né argomentar contro; ed è proprio necessità che io mi difenda come se combattessi con ombre, e che, niuno rispondendo, ribatta. Dunque, consentite anche voi, i miei accusatori sono di due specie, i novelli, e gli antichi che dico io: e consentite che io mi ho a difendere prima contro quelli; imperocché voi avete udito quelli accusarmi prima, e piú molto, che non questi venuti dopo. E sia. Ci si ha a difendere, dunque, e ci si ha a provare di trar via fuori dai vostri animi la calunnia che ivi cova da lungo tempo, e trarnela in tempo cosí breve. Oh cosí fosse, se cosí è il meglio per voi e per me; se avessi pure qualche vantaggio, difendendomi; ma la difficoltà la vedo, e non mi si nasconde quale ella è. Ma vada come a Dio piace; si ha a ubbidire alla legge e ci si ha a difendere.

III.

Dunque ripigliamo da principio: che è l'accusa, dalla quale m'è nata la calunnia, e alla quale prestando fede scrisse la querela sua Meleto? e che mai dicendo mi calunniarono i calunniatori? Via, essendo accusatori essi, la lor querela giurata conviene che la legga. Eccola: "Socrate fa rea opera, e temeraria, cercando le cose sotto terra e quelle su in cielo, e le piú deboli ragioni facendo piú forti, e questo insegnando agli altri". - Su per giú cosí ella dice, come avete veduto voi stessi, là, nella comedia di Aristofane: un Socrate sé girante per aria, e di camminare per aria gloriantesi, e predicante altre molte ciancie; delle quali non so nulla io né punto né poco: e non dico cosí come dispregiando questa cotal scienza, se mai alcuno l'avesse: oh non ci vorrebbe altro che da parte di Meleto mi tirassi addosso anche cotesta accusa. Ma, o Ateniesi, io non ne so nulla: e invoco a testimoni i piú di voi, e voglio che vi contiate l'un l'altro quanti mi avete mai udito ragionare, e ce n'è molti; vi contiate l'un l'altro se mi ha udito mai alcuno o poco o molto ragionare di cose simili: e conoscerete che il medesimo valore hanno le altre accuse, le quali contro me dicono.

IV.

Sí non ci è nulla di vero: e se avete mai udito che io mi provo a educare uomini e fo danari, né anche questo è vero. Certo mi parrebbe bello se ci fosse alcuno, atto a educare uomini, come Gorgia il Leontino, o Prodico di Ceo, o Ippia di Elide: a ciascun dei quali, andando di città in città, vien fatto, o Ateniesi, di persuadere i giovani, che pur potrebbero conversare con qualunque volessero dei lor cittadini, e senza paga; persuaderli, lasciata la conversazione di quelli, a conversare con essi, dando danari e col cuore ringraziando. E ci è altro sapiente uomo, che so essere venuto qua fra noi, un di Paro. So questo perché e' m'avvenne d'accostare un che con i sofisti ha speso danaro piú che tutti gli altri, Callia il figliuolo d'Ipponico. Lui che ha due figliuoli, interrogai io: - O Callia, se i tuoi due figliuoli fossero puledri o vitelli, non avremmo a prendere noi a paga un sovrastante, il quale, della virtú a loro convenevole, far li dovesse buoni e belli e sarebbe un cavallerizzo o un che s'intende di campi? Ma, dacché sono uomini, chi hai in mente di prender loro come sovrastante? Chi è intendente della virtú, della umana e civile? Credo che tu ci abbi pensato, dacché hai de' figliuoli. C'è alcuno, - dissi io, - o no? - Oh sí, - rispose. - Chi, - dimandai io, - e di dove è, e per insegnare quanto vuole? - Rispose: - Eveno, o Socrate; di Paro; cinque mine. - Beato Eveno, - diss'io, - s'egli ha questa virtú e sa insegnare cosí bene -. Mi glorierei anch'io ed inorgoglirei, se sapessi; ma io non so, Ateniesi.

V.

Ripiglierà alcuno di voi: - Ma, o Socrate, che faccenda è la tua? D'onde ti sono nate queste calunnie? Se non ti fossi preso brighe che gli altri non si prendono, se fatto non avessi come i piú non fanno, tu non saresti venuto in cosí mala voce. Di' a noi dunque: che è? affinché noi non giudichiamo di te a caso -. Chi dice cosí, dice dirittamente, mi pare; e io mi proverò di chiarire a voi che è mai quel che ha generato contro me la mala fama e calunnia. State a udire: forse parrà ad alcuni di voi che io scherzi; ma, sappiate bene, io vi dirò tutta la verità. Io, Ateniesi, non per altro che per una certa sapienza mi sono procurato cotesta mala fama. Quale sapienza? quella umana, forse: perché può esser bene che di questa sapienza sia io sapiente, e quelli che diceva dianzi sarebbero sapienti di certa sapienza piú che umana: o non so che dico, perocché di questa io non ho cognizione, e chi afferma che sí, mentisce e mi vuole calunniare. E non ischiamazzate, o Ateniesi, se vi par che dica una strana cosa, ché non son mie le parole che io dico, ma sí di tale che degno è che voi gli abbiate fede; imperocché di questa mia, se sapienza ella è, e quale, vi addurrò a testimonio l'Iddio che è in Delfo. Cherofonte, voi lo conoscete: egli fu amico mio da giovine, e amico fu al vostro popolo, e fuggí in questa ultima fuga con voi e tornò con voi; e conoscete Cherofonte com'egli era, e l'impeto suo dove ch'ei si mettesse. Ora andato una volta a Delfo, ecco di che egli osò interrogare l'oracolo; non ischiamazzate, dico, Ateniesi: lo interrogò se alcuno fosse piú sapiente di me. Rispose la Pizia: - Niuno essere piú sapiente. - E di ciò sarà testimonio a voi suo fratello che è qui; ch'egli è morto.

VI.

Guardate perché dico questo: perché voglio che conosciate voi d'onde mi sia nata la calunnia. Dunque, udendo io quelle parole, pensai: "Che mai dice l'Iddio? nelle parole sue che mai nasconde? perché io non ho coscienza, né punto né poco, di essere sapiente. Che mai dice, affermando che io sono sapientissimo? certo non mentisce, ché non gli è lecito". E molto tempo stetti in dubitazione che mai volesse Egli dire. Poi e con fatica, mi fui messo cosí a cercare. Andai a un di quei che paiono sapienti, e fra me dissi: "Or, se mai, smentirò il vaticinio e mostrerò all'oracolo che piú sapiente di me è colui: tu dicesti me". E riguardandolo bene (non c'è bisogno che dica il nome, era un de' politici) ecco che mi avvenne. Messomi a conversare con lui, mi parve che quest'uomo ben paresse sapiente ad altri molti uomini, e massimamente a sé medesimo, ma che non fosse. E mi provai di mostrarglielo: - Tu sí credi essere sapiente, ma non sei -. E tosto a lui, e a molti che ivi erano presenti, venni in odio. Andatomene via, ragionai fra me, e cosí dissi: "Son piú sapiente io di questo uomo; imperocché, a vedere, niuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede sapere, e non sa; io non so, ma non credo né anche sapere. E pare che per cotesta piccolezza sia piú sapiente io, perciò che non credo sapere quello che non so". E andai a un altro, di quelli che mostravano essere piú sapienti di lui; e me ne parve il medesimo: e cosí venni in odio e a quello e a molti altri.

VII.

E seguitai ad andare: con dolore e tremore, sentendo che veniva in odio; nondimeno parevami necessario far grandissima estimazione della parola dell'Iddio, e andare a tutti coloro che mostravano di sapere qualche cosa, per vedere che dicesse mai l'oracolo. E per il Cane, o giudici (a voi si ha a dire il vero), ei m'avvenne che, cercando secondo la mente dell'Iddio, quelli massimamente riputati mi paressero quasi essere piú da poco, e quelli, a vedere piú da poco, essere piú savii. E la peregrinazione mia conviene che io ve la conti, la quale non fu senza fatiche, acciocché la sentenza dell'oracolo chiaro mi si mostrasse. Perché dopo ai politici andai ai poeti, a quelli di tragedia e a quelli di ditirambi e agli altri, per cogliere in sul fatto me quale piú ignorante di loro. E pigliando in mano i loro poemi, quelli che mi parean piú lavorati, anche per apprendere qualche cosa dai poeti, li interrogai che mai dire volessero. Bene ho vergogna, o giudici, di palesarvi il vero; e pur vi si ha a palesare. Ecco, se ho a dire, di quelli argomenti dei quali aveano cantato, quasi tutti gli astanti ne ragionavan meglio di loro. In breve questo ebbi conosciuto, che i poeti non per sapienza poetavano checché poetassero, ma per certa natura e da Dio occupati, come i divinatori e i vaticinatori; i quali dicono pure molte e belle cose, e non sanno nulla di ciò che dicono. E vidi che tale passione tocca i poeti: e insieme mi fui accorto che essi, perciò che poeti, si reputavano ancora nelle altre cose sapientissimi uomini, senza che fossero: e ne andai via pensando che, per la ragion medesima, al paragone di quelli non altrimenti che al paragone dei politici, piú valeva io.

VIII.

In ultimo andai agli artefici, perché mi sapeva da me non essere io intendente di nulla; e quelli sapeva di avere a trovare intendenti di molte e belle cose. E non mi fui ingannato, perché veramente essi intendevano cose che non intendeva io, e da questo lato erano piú sapienti di me. Ma, o Ateniesi, i buoni artefici mi parve che il medesimo peccato avessero che i poeti, dacché ciascuno, per lo adoperare bene sua arte, si credeva sapientissimo anche nelle altre maggiori cose; e questa stoltizia oscurava quella sapienza. Onde per parte dell'oracolo interrogai me medesimo se io volessi essere cosí come sono, né per nulla sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o avere l'una e l'altra cosa, che hanno quelli. Risposi a me e all'oracolo, che mi giovava essere come sono.

IX.

Or da questi esami mi son nate molte inimicizie, o Ateniesi, e molto aspre e fierissime, dalle quali sono nate molte calunnie, fra l'altre questa: ch'ei mi chiamano sapiente. Imperocché ogni volta che argomento contro gli altri, mostrando che non sono sapienti, quelli che stanno lí credono che sapiente sia io. No, cittadini, quel che pare è questo: sapiente davvero essere Iddio, e volere Egli dire per quell'oracolo che la umana sapienza vale poco o nulla: ed è chiaro che non intende Socrate, e che usa del mio nome a fine di porre me a esempio, come se dicesse: - Colui tra voi, o uomini, è sapientissimo, il quale come Socrate conosciuto ha ch'ei non vale nulla in sapienza -. Onde anche ora vo guardando intorno, e cerco tra i cittadini e forestieri chi io creda essere sapiente; e, secondo l'Iddio, lo esamino; e se poi non mi pare tale, aiutando io l'Iddio, gli mostro che non è sapiente. E per questa occupazione non ho tempo di far cosa niuna degna che si dica, né per la città né per la casa, e sono in povertà grande, per servigio dell'Iddio.

X.

Oltre a ciò, i giovani che s'accompagnano meco (e vengon da sé), figliuoli dei piú ricchi, che hanno gran tempo, udendo esaminar gli uomini, godono, e molte volte fra loro provano d'imitare me, e poi si mettono a esaminare gli altri. E sí che ne trovano in abbondanza, penso io, uomini che si credon sapere qualche cosa, sapendo poco o nulla. E ne viene che gli esaminati da loro se la pigliano con me; con loro, no: e dicono che ci è un certo Socrate, scelleratissimo uomo, che guasta i giovani. E se alcuno dimanda: - Per guastarli che fa? e che insegna? - non han da risponder nulla, ché non sanno; ma, per non parere impacciati, dicono quel che si è soliti a dire contro tutti i filosofi: che insegna le cose del cielo e le cose di sotto terra, e a non credere negl'Iddii, e a fare diritto il torto. Perocché la verità credo non la vorrebbero dire, che si sono palesati persone che presumono di sapere, non sapendo nulla. E siccome ambiziosi e furiosi, e molti, e concordemente e persuasivamente e da un pezzo diffamanti, sí di loro gravi calunnie vi ebbero riempiuti gli orecchi. Tra costoro Meleto mi si è levato contro, e Anito e Licone; Meleto in collera per ragion dei poeti; Anito, per gli artefici e i politici; e Licone, per gli oratori. Onde, come diceva dal principio, mi maraviglierei se questa calunnia, fattasi cosí molta, da voi potessi io dissipare in sí poco tempo. Ma la verità è questa, e ve la ho detta tutta, non nascondendo né scemando nulla; sebbene sono quasi certo che perciò mi odiano. Il che è prova ch'io dico vero, e ch'ella è una calunnia, e che la cagione della calunnia è questa. E cercate ora o poi, voi troverete che è cosí.

XI.


E questa difesa, quanto alle colpe delle quali mi hanno accusato i primi miei accusatori, basta. Da Meleto ora mi proverò di difendermi; il buono, l'amante della città, come dice; e dagli altri venuti poi. E dacché questi accusatori son diversi da quelli, la loro giurata querela ripigliamola. Su per giú dice: "Socrate è reo verso ai giovani, guastandoli; e verso agl'Iddii, in quelli non credendo ne' quali la città crede, ma sí in strane cose demoniache, e nuove". Tale è l'accusa: esaminiamola capo per capo. Dice che io sono reo verso i giovani, perché li guasto; e io dico che reo è Meleto, perché scherza pensatamente, trae in tribunale le persone leggermente, e dà a vedere di curarsi molto di cose delle quali nulla non si curò mai. Ch'ella è cosí, mi proverò di mostrarvelo.

XII.

Qua a me, Meleto: di', non ti sta assai a cuore che divengano buoni, quanto si può, i giovani? - A me, sí. - Via, di' a costoro chi li fa migliori. Lo déi sapere, se ti sta a cuore, dacché trovato hai, come tu di', chi li guasta, e me trai al cospetto di costoro, e me accusi. Via, chi li migliora? mostralo: chi è?... Meleto, tu taci, e non sai che dire. E non ti pare brutta cosa? e non ti par sufficiente prova di quel che dico io, che dei giovani non te ne sei curato niente? Ma di', o buono uomo, chi li migliora? - Le leggi. - Ma non dimando questo io, o ottimo uomo, ma sí chi prima conobbe ancora questa medesima cosa, le leggi. - Costoro, o Socrate; i giudici. - Come di', o Meleto? costoro sono atti a educare i giovani, e li migliorano? - Sí certo. - Tutti? o alcuni di loro sí, altri no? - Tutti. - Che buone novelle, per Giunone! oh la gran gente che giova! E questi qua, gli uditori, li migliorano? o no? - Ancora questi. - Che? e i consiglieri? - Ancora i consiglieri. - Ma, o Meleto, i giovani li guastano forse quelli dell'assemblea? o li migliorano ancora quelli? - Ancora quelli. - Tutti gli Ateniesi dunque, come pare, li fan belli e buoni, eccetto me; solo io guasto: cosí di' tu?... - Cosí, cosí dico io. - Oh la grande sventura che mi dici; e rispondi: ti pare il medesimo anche dei cavalli, tutti li migliorano e solo uno li guasta? o, al contrario, li può migliorare solo uno, o pochissimi, i cavallerizzi; e i molti, se hanno a far con cavalli e li adoperano, li guastano? Non è cosí, o Meleto, e dei cavalli e di tutti gli animali? Bene è cosí, o che tu e Anito diciate sí, o no; ché sarebbe gran beatitudine quella dei giovani, se fosse vero che uno solo li guasta, e gli altri li migliorano. Ma, o Meleto, ben mostri non aver pensato mai ai giovani, e prova ne dài chiara; e nondimeno, sotto specie d'amore a questi giovani dei quali non ti sei curato niente, tu qua mi meni.


XIII.

E per Giove ci di', o Meleto, se è meglio abitare fra buoni, o fra malvagi cittadini... Caro! rispondi; non è niente difficil cosa quella che dimando. E i malvagi, a quei che tutto dí li accostano non fanno del male; e del bene i buoni? - Sí. - E ci è chi voglia essere da quelli danneggiato, con i quali conversa, piuttosto che giovato? rispondi, o buono uomo; dice anche la legge che si ha a rispondere; c'è chi voglia essere danneggiato? - No. - Su via, tu trai qua me come un che corrompe e fa malvagi i giovani volontariamente, o involontariamente? - Volontariamente, dico io. - Che, o Meleto? tu all'età tua sei tanto piú savio che non io all'età mia, che tu conosciuto hai che i cattivi sempre fanno del male a quelli che li accostano, e i buoni del bene; e io son cosí ignorante, che financo ignoro che se alcuno farò malvagio di quelli che conversano meco, starò nel pericolo di ricevere del male io da lui; cosí ignorante, che fo cotesto male come di' tu, volontariamente? Non te lo credo, né io né nessun altro. Ma, o non corrompo, o, se mai, involontariamente; sicché in tutte e due i casi tu mentisci. E se involontariamente, per tali involontarii peccati non è di legge trarre qua alcuno, ma sibbene averlo a sé da parte, ammonendo e insegnando. Egli è chiaro che piú non farò quel che io fo involontariamente, quando avrò appreso. Ma ti sei scansato dallo starti con me e dall'insegnarmi; non hai voluto; e mi meni qua dove è di legge che coloro siano menati, i quali han bisogno di castigo, ma non d'insegnamento.

XIV.

Ma, Ateniesi, come io diceva, manifesto è che Meleto di queste cose non se n'è curato mai né molto né poco. Nientedimeno di': come affermi tu, o Meleto, che io corrompo i giovani? O non è chiaro, secondo l'accusa che hai scritta, che insegnando a non credere in quelli Iddii nei quali la città crede, ma bensí in strane cose demoniache, e nuove? Non di' tu che, con insegnare cotesto, io corrompo quelli? - Sí, sí, cotesto. - E via, in nome di questi stessi Iddii dei quali si parla, piú chiaro di' e a me e a questi giudici. Io non posso intendere: di' tu ch'io insegno a credere che ci siano Iddii, e ch'io stesso credo ci siano Iddii, e non sono al tutto ateo, non sono cosí reo; ma non quelli che la città crede, ma sibbene diversi, e, perché diversi, tu mi accusi? o proprio affermi che io stesso non credo niente che ci siano Iddii, e che cotesto insegno io agli altri? - Cosí affermo, che tu non credi proprio niente ci siano Iddii. - O maraviglioso Meleto, perché tu di' cosí? sole e luna non credo io dunque che siano Iddii, come credon gli altri uomini? - Per Giove, no, o Giudici: il sole ei dice che è pietra; e la luna, terra. - Anassagora credi tu accusare, caro Meleto? e cosí sprezzi costoro, e li credi cosí salvatichi di lettere, da non sapere che di cotali discorsi i libri di Anassagora, il Clazomenio, sono pieni? Oh bella! i giovani imparano da me questa dottrina, che quando vogliano, con una dramma a dir molto molto, possono comperare dall'orchestra, dando la baia a Socrate se se ne vuol fare bello lui e di dottrina sí strana! Ma, per Giove, ti par cosí di me, che non creda in nessuno Iddio? - Nessuno, nessuno, per Giove. - Non ti si ha credere, o Meleto, e, a vedere, non credi a te né anche tu. Imperocché costui, Ateniesi, mi par molto procace e prosuntuoso, e che coteste accuse le ha proprio scritte per procacia e prosunzione, e perché giovine. Ch'egli ha l'aria di un che compone enimma, per tentare: "Socrate, il sapiente, o conoscerà che io mi contraddico per pigliarmi gioco di lui, o no; e se no, trarrò lui in inganno e gli altri che odono". Ché manifestamente egli mi si contraddice nell'accusa, come se dicesse: "Socrate è reo, perché non crede esserci Iddii, e crede esserci Iddii". Pare un che burla.


XV.

Guardate con me: ch'ei si contraddice cosí, è chiaro. Tu rispondi a noi, o Meleto: e voi ricordatevi di quello che vi ho pregato in principio, di non mi far rumore se io ragiono nel modo solito. - Ci è alcun uomo, o Meleto, il quale creda esserci cose umane sí, ma uomini no?... (che risponda, o Giudici, e non si dimeni, non ischiamazzi) - c'è alcuno che non creda esserci cavalli, e cose cavalline sí? che non creda esserci sonatori di flauto, e sonate di flauto sí?... Non c'è: o il piú buon uomo, se non vuoi rispondere tu, rispondo io a te e a questi altri. Ma a questo déi rispondere tu: c'è alcuno il quale creda esserci cose demoniache, e demoni no? - Non c'è. - Che bene mi hai fatto! che alla fine tu m'hai risposto un poco: ma sforzato. Ora tu affermi che io credo e insegno esserci demoniache cose, nuove o vecchie che siano? dunque a cose demoniache credo, secondo che di' tu; e giurato l'hai nella tua querela. Ma se io credo in cose demoniache è ben di necessità che io creda anche nei demoni: non è cosí?... Cosí; dacché non rispondi, suppongo che tu consenta. E i demoni non crediamo noi essere Iddii o figli d'Iddii? sí o no? - Eh sí! - Dunque se io credo in demoni come tu affermi, e se i demoni son cotali Iddii, ecco che dico io, tu fai un enimma, per fare il grazioso, affermando che negli Iddii io non ci credo e ci credo. E se poi i demoni son cotai figli spurii d'Iddii, partoriti o da ninfe o da altre che dicono, qual uomo crederebbe esserci figli d'Iddii, e Iddii no? sarebbe tal strana cosa, quale se alcun credesse esserci figli di cavalli e di asini, i muli, e non credesse esserci cavalli e asini. Ma, o Meleto, una delle due: o m'hai scritto l'accusa per pigliarti giuoco di me e mettermi a prova, o per non trovar niuna vera colpa che tu imputare mi potessi; ma che ti venga fatto di persuadere alcuno, anche se di piccola mente, che uno medesimo creda esserci cose demoniache e divine, e demoni e Iddii ed eroi no, non ci è modo né verso.

XVI.

Ma, o Ateniesi, che non sono io reo di quello che mi accusa Meleto di molta difesa mi pare che non ci sia alcun bisogno; queste ragioni bastano. Ma ciò che detto ho dianzi, che io mi sono tirato addosso molto odio e di molti, sapete che è vero. E quest'odio mi perderà, se pur mi può perdere: non Meleto né Anito, sí quest'odio o invidia che perdette e, credo, perderà altri molti e buoni uomini; perché non è a temere per nulla, che in me si arresti. Dirà alcuno: - Non ti vergogni, Socrate, che a tale esercitazione ti sei dato, per la quale stai nel pericolo, presentemente, di morire? - Ma io giustamente risponderei a lui: - Tu non di' bene, o uomo, se credi che uno, valendo pur poco, abbia a ragionare il pericolo della vita o la morte, quando fa alcuna cosa; e non considerare solo se cosa giusta fa o ingiusta, se opera fa di buono o di malvagio uomo. Se no tutti da poco, secondo il tuo discorso, sarebbero quei Semidei morti a Troia; tra gli altri il figlio di Tetide, il quale tanto sprezzò il pericolo per non sostenere vergogna, che, a lui deliberato di uccidere Ettore, dicendo cosí, come penso io, la madre ch'era Dea: "Se tu, o figliuolo, vendicherai la morte di Patroclo, il tuo amico, e ucciderai Ettore, morirai;

Dopo quello d'Ettor pronto è il tuo fato";

egli, a udire questo, facendo picciol conto della morte e del pericolo, e temendo la vile vita se gli amici non vendicava, cosí rispose: "Muoia pure io tosto dopo data la pena al reo, acciocché io qua non rimanga a ludibrio presso alle curve navi, peso alla terra". O credi che siasi angustiato per la morte o il pericolo? - In verità è cosí, o Ateniesi: dove si pone alcuno da sé medesimo, giudicando essere il suo meglio; o dove posto è da colui che comanda; ivi, ancoraché in pericolo, deve stare; non badando niente né a morte né a null'altro, ma sí alla vergogna.

XVII.

Laonde io avrei operato perversamente, se quando i capitani da voi eletti per comandarmi m'ebbero assegnato il luogo e in Potidea e in Anfipoli e in Delio, nel luogo assegnato da quelli io stetti, sí come qualunque altro, contuttoché in pericolo di morire; e poi assegnandomi Dio, come ho pensato e supposto, che io dovessi vivere filosofando ed esaminando me e gli altri, qui, impaurito della morte o che altro mai, io avessi abbandonato la ordinanza. Sarebbe assai grave cosa: e allora ben giustamente si trarrebbe me in tribunale perciò che non credo negli Iddii, disubbidendo all'oracolo e temendo la morte e riputandomi sapiente senza che fossi. Imperocché, cittadini, il temere la morte niente altro è, che parer sapienti senza essere; perché è parer di sapere ciò che non si sa. Ché nessuno sa della morte se ella per avventura non sia all'uomo il maggiore di tutti i beni, e ognuno la teme come se ben sapesse essere quella il maggior dei mali. E non è ignoranza cotesta, la piú vituperevole, creder di sapere ciò che non si sa? E io, cittadini, proprio in questo differisco forse dai molti; e se cosa ci è, per la quale io affermerei essere piú sapiente di alcuno, questa è, che come non so delle cose dell'Ade, cosí anche credo di non saperne; ma il fare ingiustizia e il disubbidire a uno migliore, o Dio o uomo, che mala cosa è, e brutta, so io. Giammai non temerò dunque né fuggirò quello che non so se sia un bene, ma sí piú tosto i mali che so essere mali. Onde se anche mi lasciaste ora non dando retta ad Anito (a lui che disse non bisognava che qua io entrassi, ma, entrato, necessità era uccidermi, annunziandovi che se mai io campassi, seguitando gli insegnamenti di Socrate tutti i vostri figliuoli sarebbero tutti guasti); e se mi diceste anche: - O Socrate, ad Anito noi non diamo retta e ti lasciamo, a questo patto, che non passi piú il tempo in fare di quelle investigazioni, che piú non filosofeggi; se no, se ti cogliamo, morirai -; se, come dico, mi lasciaste, ma a questo patto, io vi direi - Miei cari Ateniesi, vi saluto, e piuttosto ubbidirò a Dio, che a voi; e insino a che io ho fiato e forze non cesserò di filosofare e di dare avvertimenti e consigli a voi e a chiunque mi avvenga, dicendo come son solito: "O ottimo uomo, tu che sei Ateniese, e di una gran città e gloriosissima per sapienza e possanza, non ti vergogni di aver cura delle tue ricchezze acciocché quanto si può elle si multiplichino, e della riputazione e dell'onore; e non avere poi cura e sollecitudine della sapienza e della verità, e dell'anima, acciocché, quanto si può, buona ella divenga?" E se alcuno di voi mi oppone che ben egli ne ha cura, nol lascerò cosí tosto, non anderò via, ma lo interrogherò, ed esaminerò, ed iscruterò; e se mi pare ch'ei non possieda la virtú, pur dicendo di sí, lo riprenderò perocché ha a vile ciò che è pregevolissimo, e ha in pregio ciò ch'è vilissimo. E questo fo con giovani e vecchi, in chiunque mi avvenga, con forestieri e cittadini; e piú con voi cittadini, perché mi siete prossimi piú voi di nascita. Ché sappiate, questo mi comanda l'Iddio; e io credo che niuno maggior bene abbia la città vostra, che questo ministerio che fo all'Iddio, questo mio andare attorno non facendo altro che confortar voi, e giovani e vecchi, a non prender cura né de' corpi né delle ricchezze né prima né piú dell'anima, acciocché, quanto si può, ella divenga buona; dicendo che non da ricchezza viene virtú, ma sí da virtú vien ricchezza ed ogni altro bene, e ai cittadini e alla città. E se, dicendo cotesto, corrompo i giovani, pernicioso è quello che io dico; ma se alcuno afferma che, non cotesto, ma sibbene altro insegno io, afferma quel che non è -. E soggiungerei: - Ateniesi, diate retta ad Anito, o no; mi assolviate, o non mi assolviate; io non farò altrimenti, né anche se molte volte io avessi a morire.

XVIII.

Non rumoreggiate, Ateniesi, per quel che dico, ma state quieti a udire come vi ho pregato; ché, udendo, penso che ne riceverete giovamento. Perché altre cose vi ho a dire io, che forse vi faran gridar forte: ma no, state quieti. Via, sappiate che se ucciderete me son quale dico, piú che me, danneggerete voi medesimi. A me non farebbe niuno danno né Meleto né Anito; ché non potrebbero; imperocché, secondo che credo io, non è lecito che il piú buono possa essere danneggiato dal piú tristo. Ucciderebbe egli, o caccerebbe in bando, o disonorerebbe; ché forse le dette cose egli e alcun altro credono grandi mali; ma io no, male piuttosto è fare quello che costui fa, tentare di uccidere ingiustamente un uomo. Dunque io non difendo ora me per me, come penserebbe alcuno, ma per voi; acciocché condannando me, non pecchiate contro il dono di Dio. In vero, se mi ucciderete, non vi sarà agevole cosa (la dirò anche se fo ridere) trovare un altro come me, messo da Dio addosso alla città come addosso a grande e generoso cavallo, ma per la grandezza un poco sonnolento e abbisognoso di essere destato da sprone: ché con tale ufficio direi che Dio ha deputato me alla città, me che scotendo, persuadendo, rampognando, vi sto tutto il dí addosso. Sí, cittadini, un altro come me non vi nascerà facilmente; e voi, se mi date retta, mi risparmierete. Ma forse, da subita ira presi come sonnecchianti desti per forza, tirando calci, dando retta ad Anito, uccidereste leggermente, e consumereste la rimanente vita dormendo, se pure l'Iddio non mandasse alcun altro, avendo di voi cura. E che io sia alla città un dono di Dio, potete intendere considerando che non par cosa umana che abbia trascurato i fatti miei, la mia casa, già è tanti anni, e curi i fatti vostri stando ai fianchi di ciascuno predicando virtú, come padre o come fratello piú vecchio. E se da questi conforti e consigli mia utilità ne traessi, se ne ricevessi mercede, ci sarebbe una ragione. Ma vedete anche voi, che gli accusatori, pur accusandomi di tante altre cose spudoratamente, non hanno avuto tanta spudoratezza da addurre testimoni che io abbia patteggiato mai o dimandato mercede. Ma io un buon testimone credo di avercelo, che io dico vero, la povertà.

XIX.

Ma parrà strano che io dia consigli in privato andando attorno e affaccendandomi; e non ardisca montar su e in pubblico dare consigli alla città, in cospetto del popolo. La cagione l'avete da me udita molte volte: cioè, ch'ei m'avviene un che divino e demoniaco, come disse nella querela anche Meleto, pigliandosene gioco. Ed è una cotale voce, che, sino da fanciullo, sento io dentro. E tutte le volte che io la sento, mi svolge da quello che son per fare: sospingere, non sospinge mai. Ella mi si oppone che non metta mano nelle cose della città; e mi par che a ragione. Perché, Ateniesi, sappiate bene che se da un pezzo ci avessi messo mano, da un pezzo sarei morto, e non avrei niente giovato né a me né a voi. Non mi andate in collera, se dico il vero; ché uomo non si salva, chiunque sia, a voi o ad alcun'altra moltitudine generosamente contrastando e impedendo che cose ingiuste siano fatte nella città, e contrarie alle leggi; ed è necessità a chi combatte per la giustizia che non viva egli in pubblico, se pur vuole salvarsi per picciol tempo, ma sí privatamente.

XX.

E di ciò vi arrecherò grandi prove io medesimo: parole no, ma sí ciò che apprezzate voi, fatti. Udite dunque quel che m'avvenne, acciocché sappiate che io né cederei a nessuno contro giustizia, per paura di morte, né se morire dovessi subitamente per non cedere. Vi dirò cose giudiziali; dolorose, ma vere. Io non ebbi mai, Ateniesi, alcun maestrato in città; sí fui un del Consiglio. E avvenne che quei della mia tribú Antiochide facessero da Pritani quando voi i dieci capitani che non recuperarono i naufraghi e i morti della battaglia navale voleste giudicare tutti insieme, contro legge, come, passando tempo, vi foste accorti voi medesimi. Allora io solo dei Pritani mi fui opposto a voi acciocché nulla fosse fatto contro le leggi; e votai contro. E già gli oratori lesti a interdirmi, menarmi in carcere; incorandoli, gridando voi: ma io pensai meglio mettermi in pericolo con la legge e con la giustizia, che con voi starmene deliberanti la ingiustizia, per paura di catene e di morte. E questo fu, reggentesi tuttavia la città a popolo. Venuta la oligarchia, un dí i Trenta, alla loro volta, mandarono chiamando certuni, e me, quinto, nella sala del Tolo; e comandarono che dovessimo menare via da Salamina Leonte il Salaminio, affinché morisse: e scelleratezze simili ne ordinaron molte e a molti, volendo quelli riempiere di colpe quanti piú potessero. E allora non a parole mostrai, ma sí a fatti (parrò rozzo), che non cale a me nulla della morte, proprio nulla; ma di non far cosa niuna ingiusta né empia, di questo mi cale bene assai. Perocché sí non mi spaventò quella signoria, contuttoché violenta, che cosa niuna ingiusta facessi: ché, usciti di quella sala, i quattro s'avviarono per Salamina e menarono Leonte; e io mi avviai a casa. E forse io era morto, se quella signoria non la cacciavan giú presto: e di questo che dico, eccovi molti testimoni.

XXI.


E credete che poteva durar tanti anni se io era in pubblici ufficii, sostenendo, come si conviene a dabbene uomo, il giusto, e di quello, com'egli è debito, facendo estimazione piú che di ogni altra cosa? Oh no! Ateniesi; né io né verun altro. E io per tutta la vita, e in pubblico, se feci mai cosa alcuna, tale apparirò, e tale in privato, come a niuno mai concedente nulla contro il giusto, chiunque fosse, a niuno, né anche di questi che i miei calunniatori chiamano miei discepoli. Io poi non fui maestro mai di alcuno: e se, parlando e badando io ai fatti miei, alcuno mi vuole udire, sia giovane sia vecchio, non ho detto no mai; né se mi dàn danaro in mano apro bocca, e se non me ne dànno, no; ma similmente e a ricco e a povero mi profferisco per interrogare se voglion rispondere e stare a udire quello che dico io. E o buono diventi alcuno di loro o no, dire che la cagione sono io non sarebbe giusto; io, che a niuno di loro né ho promesso mai d'insegnare né ho insegnato mai niuna dottrina: e se alcuno dice aver mai imparato o udito da me cosa privatamente, la quale tutti gli altri no, sappiate che non dice vero.

XXII.


Ma perché mai alcuni godono a passar con me il tempo? Voi, o Ateniesi, l'avete udito, e io vi ho detto la verità: essi godono a udire esaminare quelli che si credono sapienti e non sono. Certo ella è cosa non spiacevole. E, come io affermo, a me è stato commesso da Dio che facessi questo: per vaticinii, e per sogni, e per tutti quei modi che divino fato, in ordinar cosa alcuna a uomo, usati mai avesse. E queste, o Ateniesi, sono cose vere e ben si dimostrano: imperocché, se dei giovani quali corrompo io, quali io ho corrotto, bisognava, se alcuni di essi venuti su di anni conobbero che io a loro da giovani detti mali consigli, che, montati quassú, m'avessero accusato e preso di me vendetta; e non volendo essi, bisognava che padri, fratelli, congiunti, se mai quei di loro casa ricevettero da me alcun male, ora se ne ricordassero e se ne vendicassero. Molti di loro sono qui presenti; io li vedo: prima Critone, qui, della mia età e della mia tribú, padre di Critobulo, qui; poi Lisania, lo Sfettio, padre di Eschine, qui; e anche Antifonte qui, il Cefisiano, padre di Epigene. E questi altri qui, i fratelli dei quali conversarono meco: Nicostrato, il figliuolo di Teozotide, fratello di Teodoto (Teodoto poi è morto, e nol pregherà che stia zitto); e Paralo, qui, il figliuolo di Demodoco, del quale era fratello Teagete; e questo Adimanto, figliuolo di Aristone, del quale è fratello questo Platone, qui; ed Eantodoro, del quale è fratello Apollodoro, qui: e vi posso nominare altri molti, alcuno dei quali bisognava bene che Meleto messo avesse innanzi come testimonio, nella sua orazione. E se allora se ne fu dimenticato, lo metta innanzi ora; io gli cedo il luogo; se li ha, parli. Ma, cittadini, troverete tutto il contrario, tutti pronti ad aiutare me, il corrompitore, colui che ha fatto male a quelli di loro casa, come dicono Meleto e Anito. Forse i corrotti avrebbero alcuna ragione di aiutarmi; ma i non corrotti, uomini già vecchi, parenti loro, quale altra ragione hanno, aiutandomi, se non la diritta e la giusta, la quale è, che Meleto essi sanno che mentisce, e che io dico vero?

XXIII.

Via, gli argomenti sono su per giú questi, che io avrei per difendermi, e forse altri simili. E tosto si sdegnerebbe alcuno di voi se si ricordasse che, combattendo per cause di minor momento di questa mia, egli pregò e supplicò i giudici con molte lacrime, menando quassú i suoi piccoli figliuoli acciocché quelli a grande commiserazione movesse, e molti altri famigliari e amici; vedendo che io, ancoraché paia essere nello estremo pericolo, non fo nulla di tutto questo. Ciò pensando, e tosto, siccome punto da me, stizzito, con istizza gitterebbe il voto nell'urna. Ora se alcuno di voi è cosí disposto (non affermo che sia, se è), mi par che io direi convenevolmente, dicendo cosí a lui: - O ottimo uomo, parenti ho anch'io (e qui fa quello che dice Omero: "né di quercia son nato né di pietra, ma di uomini"): parenti ho, e figliuoli; tre, uno giovinetto, e due fanciulli; e pur non menerò quassú niun di loro per pregare che mi assolviate. Ciò non farò io. E perché? Non per orgoglio, o Ateniesi, né per disprezzo di voi (quanto alla morte, se la guardo con coraggio in viso o no, gli è un altro discorso), ma sí perché non mi par bello, per la riputazione mia e vostra e di tutta la città, ciò fare: in quest'età poi, con il nome che ho, vero o falso che sia; ché tutti credono in qualche cosa Socrate essere pur differente dagli altri uomini. Or se cosí fossero quelli che o per sapienza o fortezza o qualsiasi altra virtú paiono segnalarsi tra voi, sarebbe vergogna. E di questi tali io ne ho veduto tante volte (che pur parevano essere alcun che) far cose da maravigliare quando li giudicavano i giudici, credendo come avere a patire assai orribil cosa se morivano, come se, non uccidendoli voi, sarebbero stati immortali. Essi mi pare che alla città facciano vergogna, sí che alcun forestiero supporrebbe che quelli segnalati in virtú tra il popolo ateniese, i quali ei presceglie ai magistrati ed agli altri onori, questi niente differiscano dalle donne. Non conviene dunque fare tali cose né anche noi che mostriamo di valere un poco; né a voi si converrebbe tollerarle, se le facessimo; anzi dovreste far chiaro che colui condannereste molto piú, il quale componesse di cotesti pietosi drammi facendo ridicola la città, che non colui il quale quieto se ne rimanesse.

XXIV.

E, lasciando la riputazione, né mi par giusto il pregare il giudice, né pregando procurar suo scampo, ma sí informare e persuadere lui: imperocché non per cotesto siede il giudice, per dispensar graziosamente i diritti, ma sí per giudicare di quelli; e giurò egli non di favoreggiare chi a lui paresse, ma sí di sentenziare secondo le leggi. Dunque non conviene né che noi avvezziamo voi a spergiurare, né voi voi medesimi; ché pii non saremmo né voi né noi. Onde non vogliate, o Ateniesi, che io faccia cotali cose verso voi, quali né reputo belle, né giuste, né sante: specialmente io accusato di empietà, per Giove, da questo Meleto qui. Imperocché egli è manifesto che se persuadessi voi e con il pregare voi sforzassi, i quali avete giurato, io insegnerei a voi a non credere che ci siano Iddii; e proprio in quel che mi difendo di cotesta accusa, mi accuserei da me medesimo che negl'Iddii non credo. Ma no, non è cosí; io credo, Ateniesi, come niuno dei miei accusatori; e lascio a voi, e a Dio, che giudichiate di me nel modo che sarà meglio per me e per voi.

(FU GIUDICATO COLPEVOLE).


XXV.

Di questo ch'è avvenuto, che voi, o Ateniesi, mi avete condannato, per molte ragioni non mi sdegno, e specialmente perché mi è giunta non inaspettata la cosa; anzi mi maraviglio assai del numero di voti dell'una e dell'altra parte, perché non mi pensava che avesse a essere differenza cosí poca, ma sí bene molta. Ma ora si vede che se soli trenta voti fossero caduti giú nell'altra urna, scampava io. Ma, anche cosí, da Meleto sono scampato; non pur scampato, ma è manifesto a ognuno che, se non fosse montato quassú Anito e Licone, ei dovea pagar mille dramme, per non aver egli avuto la quinta parte dei voti.

XXVI.

Colui vuole dunque la mia morte? Sia. Ma che pena mi assegnerà da me, o Ateniesi? È chiaro: quella che merito. E quale pena debbo patire o pagare io, perciò che in mia vita non mi quietai mai dalla voglia di apprendere; perciò che non curando di quel che i piú curano, danaro, governo della casa, esser capo di milizia o capopopolo, e gli altri maestrati; e non curando delle congiurazioni e sedizioni nella città, giudicandomi di piú temperato animo che non si convenisse perché, immischiandomici dentro, salvo rimanessi, là non andai, dove andando non poteva giovar niente né a voi né a me, ma dove poteva fare a ciascuno privatamente il maggior benefizio, là andai; provandomi di persuadere ciascun di voi che non dovesse curare delle sue cose prima che di sé medesimo, acciocché buono divenisse e savio quanto potesse, né delle cose della città prima che della città, e via via a questo modo? Adunque quale pena merito io, se sono cosí? non pena, ma premio, se io mi devo assegnare quel che in verità merito: e un premio che mi convenga. E che si conviene a povero e pur benefico uomo, il quale ha bisogno di non intendere ad altro che a confortare voi al bene? Nulla è piú che si convenga, come l'essere cotale uomo nutricato nel Pritanéo; molto piú che se alcun di voi con cavallo o biga o quadriga vinto avesse nei giochi olimpici. Imperocché quello vi fa parer felici, io vi fo essere; e quello non ha niente bisogno di cibo, io sí. Se mi devo dunque assegnare quel che merito, questo mi assegno: vitto nel Pritanéo.

XXVII.

Dicendo cosí, vi parrà forse che io dica per quel sentimento medesimo che quando ho detto della commiserazione e supplicazione, per orgoglio. Ma ciò non è, Ateniesi; piuttosto è che io sono persuaso che mai non ho fatto torto a nessuno volontariamente; ma di questo non persuado voi, perocché poco tempo è che conversiamo insieme. Ché se presso voi fosse una legge, com'è presso altre genti, che non si possa giudicare della morte in un solo dí, ma sibbene in molti, sareste persuasi, credo: ora in sí picciol tempo non è facil cosa dissipare grandi calunnie. Ma persuaso io di non aver fatto torto a nessuno, non ho voglia né anche di fare torto a me medesimo e dire contro me che son degno di patire del male, e condannarmi da me. E per paura di che? che non riceva la pena che vuol Meleto, la quale, dico, non so se è male né se è bene, e per scegliermi in cambio qualche pena la quale so essere male davvero. E quale? la carcere? E perché devo vivere in carcere, sommesso al sovrastante magistrato, agli Undici? Danari forse? e stare in ceppi insino a che non avrò pagato? Ma gli è il medesimo che la carcere, ché danari da pagare non ne ho. Mi condannerò all'esilio? e forse mi condannereste voi a questa pena. Ma dovrei essere accecato dall'amore della mia anima, o Ateniesi, se fossi sí irragionevole che non potessi ragionare cosí: che se voi, che pure siete miei cittadini, non siete stati buoni di sopportare la mia conversazione e i miei discorsi, ma vi furon gravi e odiosi tanto, che cercate di liberarvene; come li sopporteranno gli altri? Oh no! E poi la bella vita che farei io, a questa età, tramutarmi sempre d'una città in altra, sempre cacciato via? perché so bene che dovunque vada, se io parlo, mi ascolteranno, come qui, i giovani: e se non li voglio, essi mi cacceranno via, persuadendo a ciò fare i vecchi; e se li voglio, mi cacceranno via i padri e parenti loro, per cagion di loro.

XXVIII.

Dirà forse alcuno: - Ma non sei buono, Socrate, di vivere tacendo, stando quieto dopo andatone via da noi? - Ma fare intendere ad alcuni di voi questo, è la piú malagevole cosa: perché se dico che questo è disubbidire all'Iddio, e che è impossibile che me ne stia quieto, pensando che io voglia ironeggiare non mi crederete voi; e se dico ch'è grandissimo bene a un uomo far ogni dí ragionamenti su la virtú e quelli argomenti su i quali mi udivate conversare ed esaminare me e gli altri (la vita senza esame è indegna di uomo); se dico questo, tanto meno mi crederete voi. E pure cosí è, come dico; ma non è cosa facile persuadervene. Ma, da altra parte, anch'io non mi sono assuefatto a credermi meritevole di alcun male. Onde se avea danari, mi multava in danari, quanti ce ne voleva; ché non me ne venia danno. Ma non ne ho: salvo che non vi contentiate di quel tanto che posso pagare io (una mina d'argento la potrei forse pagare). Dunque io multo me di tanto. Platone ch'è qui, Ateniesi, e Critone e Critobulo e Apollodoro vogliono che io mi multi di trenta mine, rimanendo essi mallevadori. Dunque io multo me di tanto. E v'entran mallevadori del denaro questi qui; persone delle quali ci è da fidarsi.

(FU CONDANNATO A MORTE).

XXIX

Per non aspettare un poco di tempo, voi, Ateniesi, nome avrete e biasimo da coloro che voglion vituperare la città, di avere ucciso Socrate, uomo sapiente: ché mi diranno sapiente, anche se non sono, quelli che vi voglion fare onta. La cosa vi veniva da sé, che io morissi, se aspettavate un poco: perché, guardate la età, come già è lontana dalla vita, e vicina alla morte. Ciò dico, non a tutti voi, ma sí a quelli che hanno votato la mia morte. E a questi stessi dico: - Credete, o Ateniesi, d'avermi colto di quei cotali argomenti sprovvisto con i quali poteva persuadere voi, se credeva che bisognasse dire e fare di tutto pur di scampare dalla condanna? Oh no! sprovvisto sí, non di argomenti, ma sí di audacia e impudenza e non disposto niente a parlare in quei tali modi a voi dolcissimi a udire, piangendo e lamentandomi e altre molte cose facendo e dicendo di me indegne, dico, ma quali a udire vi hanno avvezzato gli altri. Ma né allora io credeva che bisognasse far cosa niuna servile, per paura del pericolo, né ora mi pento di essermi cosí difeso; anzi piú assai volentieri scelgo di essermi difeso in questo modo, e morire, che non in quello, e vivere; perché né in tribunale e né anche in guerra non conviene, né a me né ad alcun altro, far di tutto pur di scampare della morte; perché è certo che molte volte in battaglia uno scamperebbe della morte o se gittasse le armi o se verso gl'inseguitori egli supplichevole si volgesse, e che ci è nei singoli pericoli molti modi per fuggire la morte sí veramente che dia il cuore di fare e dire ogni vile cosa. Ma, Ateniesi, badate non sia malagevole, non già questo, il fuggir la morte; ma sí malagevole piú assai il fuggire la malvagità, la quale corre piú veloce della morte. E ora io, sí come tardo e vecchio, colto fui da quella che è piú tarda; i miei accusatori, sí come piú gagliardi e feroci, da quella che è piú veloce. E io me ne vado, condannato da voi a essere morto; costoro, condannati dalla verità a essere malvagi e ingiusti; e io accetto la pena mia, e questi la loro. Dovea forse essere cosí, e credo che ciascuno ricevuto ha sua misura.

XXX.

E ora a voi, che m'avete votato contro, voglio vaticinare quel che vi succederà dopo, perché sono già nell'ora che piú gli uomini vaticinano, essendo presso alla morte. Dico, a voi che mi avete ucciso, che tosto caderà sopra voi vendetta, piú aspra molto, per Giove, che non quella che presa avete di me, uccidendomi. Ché voi avete fatto questo, immaginando liberarvi dal dover rendere ragione di vostra vita; ma vi succederà tutto il contrario, vi dico, perché accusatori contro voi se ne leveranno piú molti, i quali ratteneva io, non accorgendovene voi; e piú saranno aspri, e v'inriteranno piú, quanto piú sono giovani. Ché se pensate, uccidendo uomini, rattenere alcuno dal rampognare a voi la non diritta vita, pensate stoltamente: imperocché non è cotesta liberazione né possibile per niuno modo, né bella; ma quella è bellissima e molto agevole, che è, non in fare impedimento agli altri, ma sí in procurare di render quanto si può buoni sé medesimi. Dopo questo vaticinio fatto a voi che m'avete votato contro, mi accommiato da voi.

XXXI.

Ma con voi, che avete votato l'assoluzione, ragionerei volentieri di una cosa che m'è avvenuta, mentre i magistrati d'altro si occupano, e non è peranco l'ora di andare là dove mi aspetta la morte. Rimanete dunque con me, questo tempo: ché nulla vieta che noi conversiamo insieme, insino a tanto che è lecito: perché io voglio mostrare a voi, come ad amici, che significa mai quello che m'è avvenuto. M'è avvenuto, o giudici (chiamandovi giudici, parlo dirittamente) una certa cosa maravigliosa; perocché la solita vaticinatrice voce, quella del demone, tutto il tempo innanzi la sentiva io molto frequentemente, contrariandomi pure in piccole cose, se io stava per non far bene. Ma ora mi succedono cose, come voi stessi vedete, le quali si crederebbero e si credono gli estremi mali, e nondimeno né stamane uscendo di casa mi contrariò il segno dell'Iddio, né salendo qua in tribunale, né mentre difendevami qualunque cosa fossi per dire, benché, parlando altre volte, sovente mi fermasse la parola a mezzo. Ma ora, durante questo processo, checché facessi o dicessi, non mi contrariò mai. Quale è la cagione, quella che penso io? Ve la dirò. E' pare che quel che m'è accaduto sia un bene, e non c'è caso che pensiamo dirittamente noi, quanti crediamo che il morire sia un male. Una gran prova è che non poteva il solito segno non contrariarmi, se io era per far cosa che non fosse buona.

XXXII.

E vediamo per questa altra via d'intendere come c'è da sperare molto che sia un bene. Imperciocché morire è una delle due cose: o come non esser nulla, e il morto non ha piú niuno sentimento di niuna cosa; o, secondoché dicono, è un cotal transito e tramutazione dell'anima di questo luogo qui ad un altro luogo. E se non c'è niuno sentimento, ed è come un sonno allora che dormendo non si vede né anche sogno niuno, sarebbe un guadagno maraviglioso la morte. Perciocché io penso che se mai alcuno scegliesse una tal notte, nella quale si fosse addormentato cosí profondamente ch'egli né anche veduto avesse alcun sogno, e contrapponendo a quella le altre notti e giorni di sua vita, ed esaminando, dovesse poi dire quante notti e giorni passati ha in sua vita meglio e piú dolcemente di quella; io penso che, non pure un privato uomo, ma altresí il gran Re queste troverebbe facili assai a contare in comparazione a tutti gli altri giorni e alle altre notti. E se tale è la morte, un guadagno essa è, io dico; imperocché cosí appare nulla piú essere tutto il tempo, che una notte. Se poi la morte è come peregrinazione di qua ad un altro luogo, e vero è tutto quel che si dice, che là abitano tutti i morti, quale maggior bene di questo potrebbe essere mai, o giudici? Imperocché se alcuno, pervenendo nell'Ade, liberatosi di questi che qua si dànno nome di giudici, troverà i veri giudici, i quali si dice che anche là giudicano, Minosse e Radamanto ed Eaco e Triptolemo, e tutti gli altri semidei i quali in vita loro furono giusti; forse che sarebbe da disprezzare cotale peregrinazione? o, al contrario, a qual prezzo non torrebbe qualunque di voi potere conversare con Museo e Orfeo e Esiodo e Omero? Morire molte volte voglio io, se tali cose sono vere. Oh la conversazione maravigliosa che là sarebbe la mia, quando mi abbattessi in Palamede, e Aiace di Telamone, e in alcun altro di quelli antichi, morti per ingiusto giudicio! Certo, a paragonare i casi miei ai loro, non mi dispiacerebbe; e specialmente, che è il meglio, a passare il tempo esaminando e perscrutando quei di là, come faceva questi di qua, e vedere anche tra quelli chi è savio, e chi crede di essere ma non è. Perocché, quanto non pagherebbe alcuno di voi, o giudici, se interrogare colui potesse che la grande oste menò contro a Troia, o Ulisse, o Sisifo, o tanti altri uomini e donne che potrei nominare io; e ragionare e conversare là con essi, ed esaminare? Tale beatitudine sarebbe ella, che forte cosa è a dire. Né mai avviene per cagione di cotesto esame che quelli di là uccidano; perocché, oltre alle altre cose onde piú felici sono quelli di là che questi di qua, quelli sono perpetuamente immortali, se vero è ciò che si dice.

XXXIII.

Ma dovete sperar bene anche voi, o giudici, in cospetto alla morte: e, se non altro, credere per vero solo questo: che a colui che è buono non accade male alcuno, né vivo né morto, e che gl'Iddii non trascurano le cose sue. Né quello che a me è avvenuto ora, è per caso: perocché chiaro vedo che il morire ed esser liberato dalle brighe del mondo per me era il meglio. Perciò non mi contrariò mai il segno dell'Iddio; e io stesso non sono niente in collera con quelli che m'han votato contro e con gli accusatori, quantunque non con questa intenzione m'avessero votato contro e accusato, ma sibbene credendo farmi del male. E in ciò sono da biasimare.

Ma ad essi io mi rivolgo ora, e cosí li prego:

I miei figliuoli, quando saranno giovani, castigateli, o cittadini, tormentandoli come io voi, se vi paiono piuttosto aver cura del danaro o d'altro, che della virtú: e se vi paiono voler mostrare d'esser qualche cosa non essendo nulla, svergognateli, come io voi, per ciò che non curano di quel che devon curare e si credono valere qualche cosa, non valendo nulla. Se ciò farete, avremo ricevuto da voi quello che giusto era che ricevessimo, io e miei figliuoli.

Ma già ora è di andare: io, a morire; voi, a vivere. Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio.

H. P. BLAVATSKY: UN ESBOZO DE SU VIDA


H. P. BLAVATSKY:
UN  ESBOZO  DE  SU  VIDA
                                                                                 Por: JOSEPHINE RANSOM



            Helena Petrovna Blavatsky, una de las más notables figuras mundiales de fines del siglo XIX, fue demasiado revolucionaria y desafiante ante las ortodoxias que imperaban, ya se tratase de religión, ciencia, filosofía o psicología, como para permanecer ignorada. Fue una iconoclasta que hizo añicos las envolturas que ocultaban lo Real de lo ilusorio: pero la mayoría, aferrada a los convencionalismos e ignorante de la Verdad, la atacó e injurió por su temeridad y coraje al rasgar el velo de aquello que parecía una blasfemia revelar. Lenta pero seguramente los años la han vindicado. A pesar de ser ultrajada, ella se contentó con trabajar “al servicio de la humanidad” y demostró su sabiduría al dejar que las futuras generaciones juzgaran su magnífica obra .
            Helena Petrovna Hahn nació prematuramente en la medianoche entre el 30 y 31 de julio (según el calendario ruso el 12 de agosto) de 1831, en Ekaterinoslav, provincia de Ekaterinoslav, al sur de Rusia. Algunos raros incidentes que ocurrieron a la hora de su nacimiento y en oportunidad de su bautismo, hicieron que la servidumbre le presagiara una existencia tormentosa.
            Helena fue una niña indócil, descendiente de una larga línea de hombres y mujeres poderosos y altivos. La historia de su linaje es la historia de Rusia. Siglos atrás los nómadas eslavos erraban por las regiones del centro y parte oriental de Europa, y si bien tenían sus formas propias de gobierno, cuando se establecieron en Novgorod comenzaron a producirse entre ellos luchas internas a las cuales no lograban poner fin. Llamaron entonces en su ayuda a Rurik (862), jefe de una de las errantes tribus de “Russ”, hombres del norte o escandinavos, que buscaban extender su radio de influencia. Rurik estableció el primer gobierno civil en Novgorod, que se convirtió en un poderoso centro comercial para oriente y occidente. Él fue el primer soberano y reinó por espacio de quince años. Durante su vida su hijo Igor y su sobrino Oleg consolidaron su poderío en el oeste y en el sud del país; Kiev se convirtió en un gran principado, y el que gobernaba allí era virtualmente el soberano de Rusia. Al correr de los siglos los descendientes de Rurik se expandieron en son de conquista y dominio a través del país: Vladimiro I (muerto en el año 1015) escogió al Cristianismo como religión de su pueblo y el denominado “paganismo” desapareció. Yaroslao el Sabio (muerto en el 1034) estructuró los Códigos y “Derechos Rusos”. El sexto hijo de Vladimiro II (1113-25) fue Yuri, el codicioso o “dolgorouki”, apelativo éste que se mantuvo como un título de familia. Yuri fundó Moscú y su dinastía dio origen a los poderosos Grandes Duques que gobernaron y, como siempre, lucharon entre sí fieramente. En 1224 las hordas mogólicas aprovecharon esta falta de unión y dominaron a los grupos turbulentos, cada uno de los cuales envidiaba el poder y la posición del otro. Pero Iván III, un Dolgorouki, en el año 1480 rompió el yugo mogol, e Iván IV exigió ser coronado como Zar, arrogándose la autoridad suprema. Con su hijo terminó la larga y brillante dinastía Dolgorouki. No obstante, la familia todavía tuvo influencia en la época de los Romanoff hasta la muerte de la abuela de la señora Blavatsky, la talentosa y erudita Princesa Elena Dolgorouki que contrajo matrimonio con André Mikaelovitch Fadéef, el “mayor” de la línea de los Dolgorouki, de la cual los Zares Romanoff eran considerados una de las ramas más “jóvenes”.
            Como se ha visto, la familia de Helena era una de las de primer rango en Rusia, con tradición y dignidad a sostener y conocida a través de toda Europa. Helena fue una rebelde y desde su niñez se burló firmemente de los convencionalismos, aunque ella era lo suficientemente sensitiva como para comprender que sus acciones no debían afectar a su familia ni herir su honor. Su padre, el Capitán Peter Hahn, descendía de los viejos Cruzados de Mecklenburg, los Rottenstern Hans. Debido a que su madre, una ilustrada literata, murió cuando ella tenía once años, pasó Helena su niñez con sus abuelos, los Fadéef, en una vieja e inmensa mansión en Saratov que cobijaba a muchos miembros de la familia y a numerosos criados y asistentes por ser su abuelo Fadéef, gobernador de la provincia de Saratov.
            La naturaleza de Helena estaba fuertemente imbuida con una innata capacidad psíquica, tan poderosa que indudablemente constituía su más predominante característica. Ella sostenía y demostraba que tenía habilidad para comunicarse con los moradores de los mundos sutiles e invisibles y con los seres que para nosotros están “muertos”. Esta capacidad natural fue posteriormente disciplinada y desarrollada a través de toda su vida. Su educación sufrió la influencia de la posición social de su familia y de los factores culturales imperantes. Así ella fue una hábil lingüista y una brillante música, adquirió sentido científico y experiencia a través de su erudita abuela y heredó las facultades literarias que caracterizaban a la familia.
            En 1848, a la edad de 17 años, Helena contrajo matrimonio con el General Nicephore V. Blavatsky, gobernador de la provincia de Erivan, que era un hombre ya entrado en años. existen diversas versiones referentes al porqué de este casamiento, pero lo que se hizo evidente desde un primer momento fue que esta unión no agradó a Helena, pues después de tres meses ella abandonó a su marido y huyó a casa de sus familiares, quienes la enviaron a su padre. Mas, temerosa de que se la obligara a regresar con el General Blavatsky, volvió a escaparse, comenzando así sus años de vagabundeo y aventuras. A pesar de ello su padre mantuvo contacto con ella y la ayudó financieramente. Aparentemente ella se mantuvo alejada de Rusia el tiempo necesario como para hacer que la separación de su esposo fuera legal.
            En 1851 Helena, ahora Madame Blavatsky o H. P. B., encontró por primera vez físicamente a su Maestro, el Hermano Mayor o Adepto, que había sido siempre su protector y la había preservado de daños mayores en sus aventuras juveniles. A partir de ese momento ella se convirtió en su fiel discípula, totalmente obediente a sus indicaciones o directivas. Bajo Su guía aprendió a controlar y dirigir las fuerzas a las cuales se encontraba sometida en razón de su excepcional naturaleza. Esta conducción la llevó a través de experiencias de extraordinaria variedad dentro de los dominios de la magia y del ocultismo. Ella aprendió a recibir mensajes de sus Maestros y a transmitirlos a sus destinatarios, eludiendo valientemente cada peligro y mala interpretación en su camino. Seguir el rastro de sus peregrinajes durante el período de su aprendizaje, es verla a ella trabajando a través de todo el mundo. Parte de este tiempo lo pasó H. P. B. en las regiones del Himalaya, estudiando en monasterios en los cuales se han preservado las enseñanzas de algunos de los más eruditos y espirituales Maestros de los tiempos pasados. Ella estudió la Vida y las Leyes de los mundos internos y las reglas que deben cumplirse para ganar el acceso a los mismos. Como testimonio de esta etapa de su entrenamiento esotérico, nos ha dejado una exquisita versión de axiomas espirituales en  su libro The Voice of the Silence (La Voz del Silencio).
            En 1873, H. P. Blavatsky fue a los Estados Unidos de América para realizar la obra que le había sido encomendada. Para cualquier espíritu menos valeroso, esto hubiera parecido irrealizable, pero ella, una desconocida mujer rusa, irrumpió en el movimiento Espiritista que entonces conmovía tan profundamente a América y en menor grado a otros países. Las mentes científicas estaban ansiosas de descubrir el significado de los extraños fenómenos y les resultaba difícil encontrar el camino en el enorme conjunto de fraudes y engaños existentes. De dos maneras trató H. P. B. de hallar una explicación a los mismos, o sea: 1) por la demostración práctica de sus propios poderes; y 2) declarando que existía un antiquísimo conocimiento de las más profundas leyes de la vida, estudiado y preservado por aquellos que podían usarlo con seguridad y para realizar el bien, seres que en sus más altos rangos recibían la denominación de “Maestros”, aunque también otros títulos eran usados por Ellos, como ser Adeptos, Chohans, Hermanos Mayores, la Jerarquía Oculta, etcétera.
             Para substanciar sus declaraciones, H. P. B. escribió Isis Unveiled (Isis sin Velo), en 1877, y The Secret Doctrine (La Doctrina Secreta), en 1888, obras ambas transmitidas a ella por los Maestros. En Isis Unveiled arrojó valerosamente el peso de la evidencia recogida por ella en las escrituras del mundo y otros registros, en los aspectos relativos a la ortodoxia religiosa, el materialismo científico, las creencias ciegas, el escepticismo y la ignorancia. Ella tropezó con la injuria, pero el pensamiento del mundo fue afectado e iluminado.
            Cuando H. P. B. fue “enviada” a los estados Unidos, una de sus tareas más importantes fue la de constituir una Sociedad, la cual fue denominada durante su formación  THE THEOSOPHICAL SOCIETY (Sociedad Teosófica) y tenía por objeto “recoger y difundir el conocimiento de las leyes que gobiernan el Universo” . La Sociedad invitaba a “la fraternal cooperación de todos los que pudieran comprender la importancia de su campo de acción y tuvieran simpatía por los objetivos para los cuales había sido organizada” . Esta “cooperación fraternal” llegó a convertirse en el primero de los Tres Propósitos de la labor desarrollada por la Sociedad, los que por muchos años han sido enunciados como sigue:
            Primero:   Formar el núcleo de una Fraternidad Universal de la Humanidad, sin distinción de raza, creencia, sexo, casta o color.
            Segundo: Fomentar el estudio comparativo de la Religión, la Filosofía y la Ciencia.
            Tercero:   Investigar las leyes inexplicables de la Naturaleza y los poderes latentes latentes en el hombre.
Se le encomendó a Madame Blavatsky persuadiera al Coronel Henry Steel Olcott para que cooperara con ella en lo concerniente a la formación de la Sociedad. Él era un hombre altamente apreciado y muy conocido en la vida pública de América, y tanto él como H. P. B. sacrificaron todo con el fin de desarrollar la tarea que los Maestros les habían  confiado.
            Ellos fueron a la India en 1879 y allí establecieron los primeros fundamentos firmes de su labor. La Sociedad se expandió rápidamente de país en país, fuertemente apoyada por los hombres y mujeres para quienes habían resultado convincentes su afirmación de servicio a la humanidad, la amplitud de su plataforma, la claridad y lógica de su filosofía y la inspiración de su guía espiritual. H. P. B. fue investida por los Maestros con la responsabilidad de impartir la Doctrina Secreta o teosofía al mundo - ella fue la suprema instructora; y al Coronel Olcott le fue delegada la terea de organizar la Sociedad, lo que realizó con notable éxito. Por supuesto estos pioneros hallaron oposición e incomprensión, especialmente H. P. B., pero ella estaba preparada para cualquier sacrificio. Así ella había escrito en el Prefacio de LA DOCTRINA SECRETA: “Estoy acostumbrada a las injurias, me hallo en relación diaria con la calumnia, y ante la maledicencia me sonrío con silencioso desdén”.
            El período más efectivo y brillante de la vida de H. P. B. fue posiblemente el que pasó en Inglaterra entre 1887 y 1891. Ya habían pasado en parte los efectos causados por el injusto Informe de la “Society for Psychical Research” del año 1885, acerca de los fenómenos que ella producía, como asimismo los de los ataques de los misioneros cristianos de la India. A su incesante tarea de escribir, editar y atender la correspondencia, se agregaba la tarea de instruir a sus discípulos para capacitarlos en la prosecución de su obra. A este fin ella organizó, con la aprobación oficial del Presidente (el Coronel Olcott), la Sección Esotérica de la Sociedad Teosófica. En el año 1890 más de un millar de miembros de muchos países se encontraban bajo su dirección.
            LA DOCTRINA SECRETA se define por sí misma a través de su título, y “no expone la Doctrina Secreta en su totalidad, sino un número seleccionado de fragmentos de sus principios fundamentales”. 1) Ella indica: que puede lograrse una percepción de las verdades universales a través de la comparación de la Cosmogénesis de los antiguos; 2) proporciona una guía para revelar la verdadera historia racial de la humanidad; 3) levanta el velo de la alegoría y del simbolismo para revelar la belleza de la Verdad;  4) presenta al intelecto anhelante, a la intuición y a la percepción espiritual, los “secretos” científicos del Universo para su comprensión. Ellos siguen siendo secretos hasta tanto no sean comprobados.
            H. P. B. falleció el 8 de mayo de 1891 y dejó a la posteridad el gran legado de algunos de los más elevados pensamientos jamás presentados al mundo. Ella abrió las por tanto tiempo cerradas puertas de los Misterios, reveló una vez más la verdad sobre el Hombre y la Naturaleza y dio testimonio de la presencia sobre la tierra de la Jerarquía Oculta que guarda y guía al mundo. Ella es reverenciada por muchos millares, porque ella fue y es un faro que ilumina la senda a las alturas a las cuales todos deben  ascender.
           
                                                                                    JOSEPHINE RANSOM
Adyar, 1938.
(Traducido por J. D. y E. R. D.)



domingo, 26 de enero de 2014

EL DISCURSO DEL FUEGO


EL DISCURSO DEL FUEGO*

Plática por el Venerable U Silananda
Traducción española Bertha Imaz
Editado por Ronald Martínez-Lahoz



Hoy examinaremos el discurso sobre el fuego. El nombre del discurso (sutta) en pali es Adittapariyaya Sutta y significa el discurso sobre lo que está ardiendo. Fue ofrecido ante mil monjes (bhikkhus), siendo uno de los primeros discursos ofrecidos por Buddha.

Buddha pronunció su primer discurso durante la luna llena de julio, al principio de la estación de las lluvias. Él permaneció durante la estación de las lluvias en Benares, en el Parque de los Ciervos. Muchos miembros de los clanes acudieron a donde estaba Buddha, se ordenaron como monjes, y alcanzaron el estado de Arahants. Cuando hubo un total de sesenta y un Arahants en el mundo, Buddha los envió a diferentes lugares para el bienestar, beneficio y  felicidad de muchos. Envió a estos monjes a enseñar su doctrina (Dhamma) a la gente.

Después del período de las lluvias (vassa) fue a un lugar llamado Gayasisa. Allí estaban tres hermanos que eran ascetas. El mayor tenía quinientos seguidores ascetas, el del medio trescientos, y el más joven doscientos. Entre todos tenían un total de mil seguidores. Estos ascetas eran adoradores del fuego. Buddha fue a donde estaban ellos para enseñarles y hacer posible que pudieran realizar la verdad. Al principio no pudo convencerlos de que todavía no eran Arahants pues estos ascetas pensaban que ya lo eran. A pesar de que había ido a donde se encontraban, y les había mostrado algunos prodigios, aún pensaban que eran Arahants, y que el Buddha no lo era. Así, Buddha tuvo que mostrarles muchos prodigios hasta que comprendieron que todavía no eran Arahants. Se convirtieron en sus discípulos y fueron admitidos en la Orden.

Cuando se reunieron los tres hermanos y los mil monjes recién ordenados, Buddha les ofreció este discurso, el Discurso del fuego. Era apropiado que Buddha les transmitiera este discurso porque ellos eran adoradores del fuego, tal vez un fuego para sacrificios.

“Esto es lo que he escuchado”. Cuando el Venerable Ananda comunicó este Sutta en el Primer Concilio Buddhista, él dijo: Esto es lo que he escuchado: En una ocasión el Bendito estaba viviendo en Gayasisa, en Gaya, con mil bhikkhus. Allí se dirigió a los bhikkhus: ‘bhikkhus, todo está ardiendo. ¿Qué es ‘todo’ lo que está ardiendo? bhikkhus, el ojo está ardiendo, las formas visuales están ardiendo, la conciencia visual está ardiendo, la sensación visual está ardiendo. También está ardiendo toda sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que arde con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, la lamentación,  el dolor,  la aflicción y la desesperación.

El oído está ardiendo, los sonidos están ardiendo, la conciencia auditiva está ardiendo y la sensación auditiva está ardiendo. También está ardiendo toda sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión auditiva.  ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con  el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, la lamentación, el dolor, la aflicción y la desesperación.

La nariz está ardiendo, los olores están ardiendo, la conciencia olfatoria está ardiendo y la sensación olfatoria está ardiendo. También  está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión olfatoria. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo  con el fuego de la pasión, ardiendo  con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

La lengua está ardiendo, los sabores están ardiendo, la conciencia gustativa está ardiendo y la sensación gustativa está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión gustativa. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

El cuerpo está ardiendo, las cosas tangibles están ardiendo, la conciencia táctil está ardiendo y la sensación táctil está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión táctil. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

La mente está ardiendo, los objetos mentales están ardiendo, la conciencia mental está ardiendo y la impresión mental  está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión mental. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con  la desesperación.

bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve ecuánime con respecto al ojo, se vuelve ecuánime con respecto a la forma visual, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia visual y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión visual. También se vuelve ecuánime con respecto  a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.

Se vuelve ecuánime con respecto al oído, se vuelve ecuánime con respecto a los sonidos, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia auditiva y con respecto a la impresión auditiva. También  se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de impresión auditiva

Se vuelve ecuánime con respecto a la nariz, se vuelve ecuánime con respecto a los olores, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia olfatoria y llega a la ecuanimidad con respecto a la impresión olfatoria. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión olfatoria.

Se vuelve ecuánime con respecto a la lengua, se vuelve ecuánime con respecto a los sabores, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia gustativa y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión gustativa. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión gustativa.

Se vuelve ecuánime con respecto al cuerpo, se vuelve ecuánime con respecto a las cosas tangibles, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia táctil y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión táctil. También se vuelve ecuánime con respecto a la sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión táctil.

Se vuelve ecuánime con respecto a la mente, se vuelve ecuánime con respecto a los objetos mentales, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia mental y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión mental. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión mental.

Se desapega al ser ecuánime. Se libera a través del desapego. Con la liberación está el conocimiento de que se ha liberado. Comprende que el nacimiento ha sido consumido, que ha vivido la vida de santidad, que ha sido hecho todo lo que había que hacer. No hay más nada que hacer.

Esto dijo el Bendito. Los bhikkhus se alegraron y se regocijaron con sus palabras. Las mentes de aquellos mil bhikkhus fueron liberadas de impurezas sin apego mientras pronunciaba este discurso.

Buddha utilizaba diferentes métodos o formas de presentar los asuntos cuando enseñaba a la gente, cuando pronunciaba estos discursos. Esto es lo que ha sido llamado ‘elegancia en la presentación’, algo peculiar solamente de los Buddhas. Buddha conocía los temperamentos de sus oyentes y para adaptarse a ellos usaba distintos métodos en sus diferentes discursos (suttas). Esta es la razón por la que variaban las formas de presentación en sus enseñanzas. En un discurso (sutta), un cierto dhamma puede ser llamado impureza y en otro grillete o torrente, o atadura o tendencia latente, etc.  Así que a la misma clase de dhamma le daba diferentes nombres de acuerdo a los temperamentos de sus oyentes.

Buddha habló en este discurso acerca de lo que está ardiendo. En este discurso algunas de las impurezas son llamadas ‘fuego,’ aquello que quema. Primero el Buddha dijo, “El ojo está ardiendo, las formas visuales están ardiendo, la conciencia está ardiendo y la sensación visual está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.” Buddha dijo que todo está ardiendo. Los ojos están ardiendo, las formas visuales están ardiendo. La conciencia visual, la conciencia de ver y la sensación visual está ardiendo. La impresión visual significa lo que nosotros llamamos ‘contacto’. En los cincuenta y dos factores mentales esto se conoce como phassa.  El contacto que acompaña la conciencia visual también está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación (vedana) que acompaña la conciencia de ver. Esa sensación puede ser placentera, dolorosa o neutra. Tenemos sensación placentera cuando vemos cosas que queremos ver. Tenemos sensación dolorosa cuando vemos cosas que no queremos ver. Tenemos sensación neutral cuando vemos cosas que ni queremos ni no queremos ver. En un momento puede haber una sensación agradable, una sensación dolorosa, o una sensación neutra. Buddha dijo que esta sensación también está ardiendo.

¿Ardiendo con qué? Cuando Buddha dijo que el ojo está ardiendo y las formas visuales están ardiendo etc. estamos tentados a preguntar: ¿Ardiendo con qué? Nosotros no vemos fuego en el ojo, ni en la forma visual, ni en los demás. Buddha dijo que están ardiendo con el fuego de la pasión, con el fuego del odio, con el fuego del engaño, en pali: lobha, dosa y moha. Cuando la conciencia visual o la conciencia de ver está acompañada por codicia, deseo o apego se dice que está ardiendo con lobha, está ardiendo con codicia, está ardiendo con deseo, está ardiendo con apego.

Experimentamos cólera o surge odio en nosotros cuando vemos algo que no queremos ver o que detestamos ver. Cuando nuestra conciencia de ver está acompañada por odio o cólera, se dice que esa conciencia está ardiendo con odio, arde con dosa. El fuego de la ignorancia es moha y siempre está acompañada de pasión y odio. Siempre que hay pasión hay también ignorancia. La ignorancia siempre está presente con los tipos de conciencias insanas. Algunas veces no tenemos ni pasión ni odio, sólo ignorancia. Entonces se dice que la  conciencia visual está ardiendo con ignorancia, con moha.

Estos son los tres fuegos que queman nuestros ojos, queman  la forma visual y arden con la conciencia visual. Hay factores mentales que acompañan la conciencia visual. Uno de ellos es el contacto o phassa. Éste también está ardiendo porque está acompañado por la pasión, el odio o la ignorancia. Cuando hay contacto hay sensación porque la sensación nace del contacto. Esa sensación también está ardiendo porque está acompañada por pasión, odio o ignorancia.

No solamente existen estos tres fuegos. Hay otros fuegos. “Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, el lamento, el dolor, la aflicción y la desesperación.” También se dice que está ardiendo con el nacimiento o el renacer porque causa dolor. Es la fuente del dolor y del sufrimiento.

Se arde con la vejez pues todo se torna viejo, todo cambia y envejece. El proceso de envejecimiento oprime todo, así que se dice que todo arde con la vejez. Se arde con la muerte pues en cada momento se desaparece. En cada momento hay cesación. ‘Muerte’ significa no solamente la muerte al final de la vida, sino en cada momento cuando las cosas desaparecen, cuando los fenómenos mentales y físicos cesan. Todo es oprimido por la muerte, la desaparición, la disolución. Así que se dice que está ardiendo con la muerte.

Algunas veces decimos que arde con pesar. Tenemos pesar cuando alguien querido por nosotros muere. En ese momento ardemos con pesar. Otras veces lloramos. Cuando esto ocurre ardemos con lamentaciones. A veces tenemos dolor corporal, entonces, en tal momento ardemos con dolor. Otras veces tenemos dolor mental. Cuando esto ocurre ardemos con aflicción. Otras veces nos desesperamos por algo. En ese momento ardemos con desesperación.

Se dice que todas estas cosas; el ojo, la forma visual, la conciencia de ver, el contacto y la sensación arden con estas once clases de fuegos. ¿Pueden nombrar los once? Éstas son;  pasión, odio, ignorancia, nacimiento, vejez, muerte, pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación. Estas once son llamadas ‘las once clases de fuego’. Todo en el mundo se está quemando con una o más de estas once clases de fuego.

El ojo arde porque las propiedades físicas que hacen al ojo siempre están cambiando, surgiendo y desapareciendo. Surge una nueva propiedad material y entonces desaparece. Así  que el ojo arde  con el nacimiento, la vejez y la muerte. La conciencia arde con pasión, odio, ignorancia, pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación. Todo arde en este mundo.

Podrán pensar que es deprimente saber que todo está ardiendo. Mucha gente tiene la impresión de que el buddhismo solamente enseña y se interesa en el dolor. Piensan que los buddhistas sólo hablan acerca del  sufrimiento. El buddhismo habla acerca del origen,  la cesación y el camino para salir del sufrimiento.

Buddha es como un médico. Cuando un médico examina a una persona y encuentra que está enferma, le dice que tiene tal o cual enfermedad. No podemos acusar al médico de ser pesimista al decir esto porque sólo está expresando un hecho. La persona está enferma y debe ser cuidada. En la misma forma, Buddha quiso apuntar a un  hecho cuando expresó que todo está ardiendo. Este hecho no puede ser evitado, ocultado o escondido. Cuando Buddha dijo que todo está ardiendo estaba expresando un hecho, la experiencia de la realidad. Todo arde  con el fuego de la pasión, el odio, la ignorancia y otras clases de fuegos.

“El oído está ardiendo. Los sonidos están ardiendo. La conciencia auditiva está ardiendo. La impresión auditiva está ardiendo. También está ardiendo la sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surge por motivo de la impresión auditiva. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión...” Lo mismo ocurre con la nariz, la lengua, el cuerpo y la mente. Todo está ardiendo.

El oído está ardiendo. Los sonidos están ardiendo. ¿Cuándo están ardiendo el oído y los sonidos? Cuando hay en nuestra mente pasión, odio o ignorancia. Se dice que arde la conciencia, la impresión y sensación auditiva. Y el oído arde con el nacimiento, la vejez y la muerte. Estamos ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando sentimos pesares debido a algo que oímos. Por tanto, el oído es un lugar que puede también arder con diferentes clases de fuegos.

La nariz está ardiendo. Los olores están ardiendo, etc. Surge en nosotros pasión o deseo cuando olemos algo que nos gusta, por ejemplo, el olor de un perfume. Se dice que la conciencia olfativa arde con pasión, deseo y apego cuando hay pasión, deseo o apego en nuestras mentes. Sentimos coraje cuando olemos algo que no queremos oler como un mal olor.  En ese momento estamos ardiendo con odio, ardiendo con cólera. Se dice que estamos ardiendo con ignorancia cuando estamos indecisos sobre algo que olemos, cuando no conocemos acerca de algo que olemos. La nariz y los olores tienen un principio y un fin. Por tanto, arden con nacimiento, vejez y muerte. También podemos sentir pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando sentimos pesar por algo que olemos. Arde todo lo relacionado con la nariz; olores, conciencia, impresiones y sensaciones.

“La lengua está ardiendo. Los sabores están ardiendo.” Podemos tener apego o deseo cuando probamos algo que nos gusta. En ese momento arden nuestras lenguas. Sentimos odio o cólera cuando probamos algo que no nos gusta. Así que en ese momento nuestras lenguas también están ardiendo.

Esto ocurre muy a menudo porque cada día experimentamos imágenes, sonidos, olores, sabores, objetos tangibles y mentales. Tendemos a sentir deseo o apego cuando nos topamos con cosas que nos gustan. Tendemos a sentir cólera u odio cuando nos encontramos ante cosas que no nos gustan. Por tanto, es muy difícil mantenerse a salvo de caer en lobha o dosa.

“El cuerpo está ardiendo. Las cosas tangibles están ardiendo. La conciencia táctil está ardiendo... etc.” Se dice que nuestra conciencia táctil y nuestra conciencia corporal están ardiendo con pasión cuando sentimos apego al tocar algo agradable al tacto. Podemos sentir cólera u odio cuando tocamos algo que no nos gusta o cuando nos golpeamos contra algo y sentimos dolor. Nuestra conciencia táctil o corporal arde con odio cuando el enojo o el odio están presentes. Se dice que nuestra conciencia está ardiendo con ignorancia cuando estamos indecisos o no sabemos lo que tocamos. El nacimiento, la vejez y la muerte oprimen al cuerpo, los objetos tangibles y la conciencia. Ellos también arden con estos fuegos. Estamos ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando hay pesar con respecto al cuerpo.

“La mente está ardiendo. Los objetos mentales arden.” Algunas veces pensamos en algo que en nuestra mente es agradable o desagradable. Podemos sentir apego o codicia cuando pensamos en cosas agradables. Puede surgir apego o pasión cuando pensamos en algo agradable. Podemos sentir odio o cólera con objetos desagradables. Así que la conciencia mental también puede arder con pasión, odio, ignorancia y otros fuegos. También la mente es impermanente, va y viene. Se genera para luego desaparecer. Está oprimida por el nacimiento, la vejez y la muerte. Nuestra mente está ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando hay pesar, etc. con respecto a objetos mentales. En este contexto los objetos mentales significan “objetos del dhamma”.

De acuerdo con esto hay fuego en todas partes. Todo está ardiendo. Pero ¿hay fuego todo el tiempo? ¿Ardemos todo el tiempo? ¿Arden sus oídos todo el tiempo? Podrán decir “no” de comprender el Abhidhamma. No arde todo el tiempo. Sólo arde cuando la conciencia está acompañada por lobha, dosa o moha. Arde solamente cuando se tienen conciencias akusala, conciencias insanas con respecto al ojo, etc. El fuego se puede extinguir si podemos actuar en tal forma que no surjan conciencias akusala con respecto a los ojos, objetos visuales y demás. El fuego se puede evitar.  Se evita con respecto al ojo y al objeto visual cuando ven  algo placentero y no sienten apego hacia ese objeto. Lo mismo es cierto cuando ven algo desagradable y no se perturban o enojan. De esta manera evitan el fuego con respecto al ojo y al objeto visual. El fuego existe solamente cuando tenemos conciencias akusala. Podemos detener o evitar este fuego si logramos evitar que surjan las conciencias akusala cada vez que vemos, oímos, olemos, probamos, tocamos o pensamos.

Buddha dijo: bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve  ecuánime con respecto al ojo, se vuelve ecuánime con respecto a la forma visual, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia visual y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión visual. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.

Algunas veces cuando leemos los discursos debemos también entender lo que no está explícitamente dicho. El Buddha dijo: bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve  ecuánime con respecto al ojo etc. Un discípulo debe practicar algo con el fin de ser ecuánime con respecto al ojo o las formas visuales. Antes de lograr la ecuanimidad debe hacer algo con respecto a esas cosas.

Cuando decimos que alguien es un doctor queremos decir que esa persona estuvo en una escuela de medicina durante un número determinado de años hasta llegar a ser doctor. Una persona es doctor porque debió haber sido estudiante durante un número de años. De la misma manera, cuando un discípulo sabe y logra ser ecuánime es debido a que tuvo que haber hecho algo antes de lograr la ecuanimidad con respecto a los ojos y demás.

Ahora, ¿qué debemos hacer para ser ecuánimes con respecto a los ojos, formas visuales y demás? Debemos practicar vipassana. Deben practicar estar en completa atención. Cuando practican estar en atención completa se logra ver la verdadera naturaleza del ojo, de las formas visuales, de la conciencia visual y demás. Verán que hay mente y cuerpo cuando lleguen a un cierto grado de concentración. Hay una mente que va hacia al cuerpo o materia pues la materia no percibe. Luego verán  que existe una relación de causa y efecto entre los diferentes fenómenos mentales y físicos. Todo sale de algo. No hay nada que venga de nada. Existe una relación de causa y efecto entre todas las cosas.

Luego llegarán a ver el surgir y cesar de las cosas. Cuando vean este surgir y cesar de las cosas podrán ver su naturaleza insatisfactoria así como la incapacidad de ejercer autoridad sobre ellas. No les podrán decir: No sean impermanentes. Así es que poco a poco podrán ir viendo la verdadera naturaleza de la mente y el cuerpo, la mente y la materia, hasta que se tornen ecuánimes hacia ellos.

Deben hacer algo antes de ser ecuánimes con los ojos y demás. Deben practicar meditación vipassana. Con la práctica de la meditación vipassana lograrán ser ecuánimes porque verán la naturaleza de las cosas al alcanzar samadhi (concentración) y el conocimiento de penetración. Verán cómo las cosas van y vienen, surgen y cesan, y no existen ni siquiera en dos momentos consecutivos. Se tornarán ecuánimes cuando algo aparece y desaparece, surge y cesa. No se aferrarán, ni desearán, ni apegarán a ello. Al ver a través de vipassana  se tornarán ecuánimes con respecto a todas las seis clases de objetos y sus conciencias correspondientes.

“Se desapegan al ser ecuánimes.” En este contexto ‘desapegado’ significa iluminación. Querrán liberarse de estas cosas cuando son ecuánimes hacia ellas.  Tratarán de salir de ellas y el resultado es que saldrán de ellas. Se dice que al salir de ellas se “volverán desapegados”, verdaderamente desapegados. Es como remover una mancha. A uno no le gusta tener una mancha en la ropa.  Uno es ecuánime con respecto a la mancha y trata de removerla. La ropa se vuelve limpia cuando la mancha es removida. En la misma forma tenemos las manchas de la pasión, el odio, la ignorancia y muchas otras. La mente se purifica cuando éstas son removidas y se torna verdaderamente desapegada.

Así que cuando se dice que: “Se desapega al ser ecuánime” significa que practica la meditación vipassana. Va de un estado mas alto a otro hasta llegar al estado de realización. En este estado su mente está desapegada. Se libera a través del desapego. Cuando hay desapego hay liberación de las impurezas mentales y finalmente también habrá liberación del pesar, la lamentación y demás, liberación de la rueda de renacimiento.

“Cuando se libera habrá el conocimiento de que se está liberado.” Cuando se está liberado se sabe que se está liberado. Esa realización o conocimiento llega por sí mismo a la persona. “Sabrá que el nacimiento ha sido consumado.” Sabrá que no habrá más renacimientos cuando se ha liberado. “Ha sido vivida la vida de santidad.” La ‘vida de santidad’ significa la práctica del sasana, la práctica de las enseñanzas de Buddha, la práctica de vipassana. La vida de santidad ha sido vivida. No hay nada más que hacer.

“Ha sido hecho lo que había que hacer.” Se refiere específicamente a lo que los monjes tienen que hacer. Aquí ‘lo que había que hacer’ significa practicar la meditación vipassana para liberarse de las impurezas mentales y del ciclo de renacimientos. Esto también se hace.
“No queda nada que hacer sobre esto.” No hay nada y no queda nada por hacer. Todo lo que se tenía que hacer ha sido hecho.

“La persona que está liberada conoce.” Se refiere al conocimiento reflexivo que llega después de la realización de la verdad y que llega después de los diferentes estados de santidad. “Esto dijo el Bendito,” es decir, Buddha dijo esto.“Los bhikkhus se alegraron y se regocijaron con sus palabras.” Los bhikkhus se alegraron y regocijaron con sus palabras mientras escuchaban el discurso. Aceptaron sus palabras.

“Las mentes de aquellos mil bhikkhus fueron liberadas de impurezas sin apego mientras se pronunciaba este discurso.” Esto significa que después de escuchar este discurso lograron convertirse en Arahants. Estos mil monjes escucharon el discurso del Buddha atentamente con alegría y aceptación. Al final del discurso sus mentes estaban libres de impurezas mentales. Ellos se convirtieron en Arahants.

Se asemeja a la realización que ocurre en un instante. Esto era posible durante la época del Buddha. Actualmente es muy, muy difícil. Aún la realización gradual es difícil. Fueron muy afortunadas aquellas personas que conocieron al Buddha y tuvieron la oportunidad de escuchar sus enseñanzas. Fueron aquellas que habían acumulado en sus vidas pasadas las cualidades o perfecciones necesarias. Eran los que estaban listos para alcanzar la iluminación. Esa es la razón por la que nacieron durante la época del Buddha, lo conocieron, escucharon sus enseñanzas y lograron la iluminación. Pero las personas de hoy día no son tan afortunadas como aquellas personas. No podemos ver a Buddha ni escuchar las enseñanzas de su persona o la comunicación personal de sus discursos. Así que  nos encontramos ahora aquí..

Hoy día sus enseñanzas todavía están disponibles. Lo que dijo Buddha cuando estaba a punto de  morir fue: “Ananda, cuando me haya ido mis enseñanzas serán el maestro.” Buddha no designó a ninguna persona para que lo sucediera. Dejó sus enseñanzas para que sus discípulos las consideraran como el maestro, como el Buddha. Ahora las enseñanzas están con nosotros. Podemos comprenderlas y leerlas. Aun hoy día podemos poner en práctica las enseñanzas de Buddha. Por tanto, no somos tan desafortunados.

También podremos llegar a realizar la verdad en esta vida si hemos acumulado suficientes perfecciones. Si no tenemos ninguna de las perfecciones podremos acumularlas ahora mediante la práctica de la meditación, siguiendo las instrucciones de Buddha y mediante la práctica de sus enseñanzas. No hay razón para desesperarse. Debemos tomar lo que tenemos ahora. Tenemos ahora las enseñanzas de Buddha y la práctica de meditación, especialmente de la meditación vipassana.

Solamente la meditación vipassana puede conducirnos a la liberación final, a la erradicación total de las impurezas de nuestras mentes. Aun cuando no podamos alcanzar en esta vida este estado superior, podremos disminuir las impurezas mentales o deshacernos de ellas poco a poco a tal grado que nos permita acercarnos a la realización, conforme pase el tiempo.

La práctica de la meditación vipassana debe hacerse con diligencia. Debe practicarse todos los días a fin de acrecentar nuestra observación de manera que desarrollemos el  conocimiento sobre los fenómenos físicos tal como verdaderamente son. Este conocimiento nos permitirá alcanzar la realización final de la verdad.

La meditación vipassana no es sólo para leerse o discutirse. Es para practicarse. Solamente cuando se  practica es que se pueden obtener beneficios de ella. Es como la medicina que tiene que tomarse para curar la enfermedad.

La meditación trata con nuestras mentes. Intenta limpiar nuestras mentes de impurezas. Por eso debemos esforzarnos. Nadie puede purificar nuestras mentes. Ni Buddha puede hacerlo. El maestro puede darnos instrucciones, decirnos qué hacer y qué no hacer, pero no puede purificar nuestras mentes. Solamente nosotros podemos purificar nuestras mentes. Debemos practicar y depender en nosotros mismos. Los maestros solamente pueden guiar, enseñar o instruir pero no pueden practicar por nosotros. El buddhismo o lo que nos  enseñó Buddha es una enseñanza que depende de uno mismo. Ustedes deben confiar en sí mismos. Entonces alcanzarán lo que Buddha y sus discípulos alcanzaron. Traten de practicar meditación y de hacer de la práctica parte de su vida diaria.

La meditación es como comer o dormir. Cada día comemos y dormimos. En la misma forma necesitamos cada día de la meditación porque nuestras mentes están casi siempre con impurezas mentales. Necesitamos limpiar nuestras mentes de estas impurezas mentales. La meditación es el único camino para lograrlo.

* * * * *


* Plática por Venerable U Silananda. Traducción Española por Bertha Imaz. Editado por Ronald Martínez-Lahoz. Este material puede ser reproducido para uso personal, puede ser distribuido sólo en forma gratuita. ©CMBT 1999. Última revisión lunes, 13 de marzo de 2000. Fondo Dhamma Dana.

EL ENCUENTRO EN LA VICTORIA



http://enbuscadelavictoria.blogspot.com/

UN ENCUENTRO EN LA VICTORIA

Autor: ©Giuseppe Isgró C.

Del libro: La Victoria

Capítulo I

Me encontraba un día, en una fuente de aguas tranquilas, cristalinas, cuando se me acercó un Venerable hombre, vestido a la antigua usanza, con bata blanca, larga, pelo y barba que alguna vez fueron de color pelirrojo y un báculo en la mano derecha.

Concentró sus ojos en los míos; su mirada era profunda, serena y apacible.

Con voz suave y afectiva, me dijo:

-“Hola, hijo, como estás”-.

–Bien, -le contesté-; y, ¿usted?

–Por aquí andamos; -fue su respuesta-, mientras me sonreía.

-¿Dónde estamos?, -le pregunté al Venerable hombre-.

-Este sitio es conocido como La Victoria; -me contestó-. –¿Qué haces por estos lados?

-Salí esta mañana, temprano, con el coche, a dar un paseo; luego, al llegar a esta zona, me paré a contemplar la belleza de los araguaneyes y decidí caminar un poco y la verdad que, absorto en mis reflexiones, caminé por lo menos durante dos horas, hasta llegar aquí. Desconocía este hermoso lugar. Y, usted, -¿vive por aquí cerca? -le pregunté-.

Un poco más arriba, en esa colina boscosa. Hace algunos años, -relata el Venerable hombre- decidí retirarme de la agitada vida ejecutiva en que me desenvolvía profesionalmente, como abogado, en la ciudad de Quebec, Canadá, aunque he viajado por diversos países asesorando a incontables líderes. Construí la casa, en esta zona tropical, con la idea de pasar aquí los meses de invierno. Me dedico al estudio de la vida, a la meditación y a cultivar mi jardín y de vez en cuando, a escribir mis reflexiones, las cuales, algún día, habrán de ser publicadas para esparcir un poco la luz que he podido vislumbrar en mis estudios metafísicos-espirituales.

-¿Quieres tomar un café? –Me preguntó el Venerable hombre-. Lo he traído de Caripe El Guácharo; es de los más exquisitos que he probado.

-Sí, con gusto se lo acepto; -le contesté-.

Nos fuimos caminando por un sendero rodeado de árboles cargados de mangos, aguacates, naranjas y una hilera de cayenas de diversos colores. A lo lejos, el ruido de la brisa se oía apaciblemente. Todo era quietud, armonía y paz. Pero, sobre todo, lo que más me impresionaba era la apacibilidad y el sosiego del Venerable hombre de La Victoria. Emanaba de él un flujo de fuerza que, en su presencia, me sentía con un poder y una seguridad nunca antes experimentados. Fuerzas bienhechoras se iban apoderando de mí y aquella paz y relax que buscaba en la mañana, al salir a dar un paseo, sin percatarme de ello, las estaba experimentando ya.

Después de unos quince minutos de caminar, llegamos a la casa del Venerable hombre. Su aspecto exterior humilde estaba lejos de dejar entrever lo que segundos después habría de asombrarme con lo que encontré en el interior.

Al entrar, en la casa, una joven de unos veinte años saludó al Venerable hombre.

-¡Hola, abuelo!, ¿cómo estás?

–Bien, hija, -contestó el Venerable hombre-. -Prepara un poco de café, Lucía, mientras conversamos un poco, adentro.

-Por cierto, te presento a Santiago, quien ha llegado paseando hasta La Victoria.

Después de la presentación, entramos en la biblioteca del Venerable hombre. Un salón grande, lleno de estantes de libros por todas partes, lo cual hacía inimaginable dicho cuadro desde el exterior. Algunos cuadros al óleo de morichales y de personajes históricos, presentaban un ambiente acogedor. En un rincón se encontraban diversos retratos de Tagore, Gandhi, Cicerón, Séneca, Ibn Arabi y un dibujo de Don Quijote y Sancho Panza. En un pequeño cuadro, podía leerse: -“Lo que Alá quiera. Nada se le asemeja”-.

-Le felicito por este inmenso tesoro que usted tiene aquí, -le dije al Venerable hombre-. -¿Cuáles son los temas de su interés?

A lo cual, me contestó: -Como usted puede ver, Santiago, -y me invitó a recorrer los estantes- aquí hay libros de variados temas: clásicos de todos los países y épocas, desde los Vedas, los Upanishads, el Mahabaratha, los libros de Confucio, El Tao te King, de Lao Tse, el Poema de Gilgamesh, el Código de Amurabí, autores griegos, como Homero y Hesiodo. Se encuentran las obras completas de Euclides, Platón, Aristóteles, Teofrasto, Demetrio de Falereo, de los Presocráticos, Epicteto, Plutarco, etcétera; de los latinos, autores como Séneca, Cicerón, -que son mis preferidos-, Julio César, Tito Livio, Dionisio de Halicarnaso, Marco Aurelio, así como libros de Psicología, Gerencia, Sufismo, Yoga, ensayos, filosofía, parapsicología, hermetismo, El Quijote, libros de economía, filosofía, etcétera, en fin, un poco de todo lo que es preciso conocer para poder entender el significado de la vida: de dónde venimos, por qué estamos aquí y hacía dónde vamos, sin lo cual, la vida no tendría sentido, sobre todo por el gran afán a que está sometido el ser humano en la agitada vida moderna.

Nos sentamos en sendas butacas y nos entretuvimos conversando de temas diversos. Al poco rato, entró Lucía con dos tazas de oloroso café y unos biscochos, que degustamos con agrado en una amena e interesante conversación. Al fondo, podía oírse una suave música de Beethoven.

Pasamos cerca de una hora conversando de sobre la Atlántida, Egipto, los griegos, de Homero, de los sufíes, del budismo zen, los poderes del espíritu, meditación, etcétera, después de lo cual, le hice una pregunta directa.

-Seguramente, usted ha desarrollado alguna técnica de meditación y algún método de resolución de situaciones, en la vida, que me quisiera explicar, ya que, según observo, para tener usted una serenidad tan acentuada y una fortaleza física a la edad que imagino que usted debe tener, -cerca de noventa años- es porque ha encontrado en su larga experiencia algún secreto que quizás quisiera compartir conmigo.

Santiago, -me dijo el Venerable hombre, si vuelves a visitarme otro día, quizá te cuente algo que te pueda servir. Empero, antes de que te vayas, te haré entrega de unos apuntes que hace ya muchos años, en una época en que yo andaba a la búsqueda de sosiego y tratando de encontrarle sentido a la vida, un Venerable hombre que, en una edad similar a la mía, a su vez me entregara y cuya práctica asidua me permitió domar la mente, encarrilar mi vida y poner bajo control los hilos del destino. Son veintidós manuscritos, y una meditación diaria, –continuó diciendo el Venerable hombre, que si bien son ya un poco antiguos, podrás copiarlos de nuevo y si pones en práctica las técnicas que contienen, darás a tu vida un esplendor que habrá de sorprenderte agradablemente.

-Una vez que los hayas probado con total y absoluta satisfacción de tu parte, -me dijo, ponlos en limpio, en forma de libro y publícalo para que su mensaje llegue a mayor número de personas. Hacía tiempo que esperaba a alguien a quien confiarle este legado y creo que hoy, al llegar aquí, en la forma en que lo has hecho, tus pasos han sido dirigidos por Aquel que todo lo sabe y puede, por la Ley Cósmica, y en cuyos planes universales, todos somos sus instrumentos.

Me despedí del Venerable hombre y de su adorable nieta, sintiendo dentro de mí fuerzas desconocidas hasta entonces que preanunciaban grandes cambios en mi vida.

En los días siguientes, aparté una hora diaria, antes de dormirme, y leí y releí, todos los manuscritos, de la siguiente manera: En primer lugar copié la Meditación diaria en un cuaderno, el cual leí durante veintidós noches y mañanas seguidas, tal como lo indicaban las instrucciones de la misma.

Una nota al pie de página mencionaba que si yo la transcribía en un cuaderno, el hecho de hacerlo, grabaría en mi ordenador mental las instrucciones y me sería más fácil desarrollar, en mi personalidad, las cualidades y condiciones que formaban parte de los objetivos implícitos en la misma.

De los veintidós manuscritos, cada lunes, a las once en punto de la noche, copiaba uno en el cuaderno, y durante el resto de la semana, a la misma hora, lo leía y meditaba, siguiendo las fáciles y efectivas técnicas e indicaciones al inicio del mismo.

Cuatro semanas después de leer durante veintidós días seguidos, en la noche y en la mañana, la meditación diaria, comenzaron a manifestarse en mi vida una serie de cambios positivos que me dejaban asombrado a mi mismo, pero, también, los miembros de mi familia y a mis amistades; sobre todo mi semblante comenzó a ser más apacible; volví a sonreír desde el interior; mi estado anímico era de contento; me sentía más seguro de mi mismo; comencé a confiar más en la gente, en la vida y a vislumbrar el sentido de mi misión en la vida –percibía cosas que antes me pasaban desapercibidas, a pesar de haber estado siempre allí. Sentía fluir en mí una nueva corriente vivificadora de prosperidad, de felicidad, de alegría de vivir. Mi entusiasmo y amor por la vida y por mi familia, por mi trabajo y por las personas, crecía día a día. En aproximadamente dos meses había logrado muchas de las cosas en las cuales había soñado desde hacía años. Había dado un paso sorprendente en el camino de la autorrealización.

Efectivamente, pude comprobar que me fue relativamente muy fácil desarrollar las aptitudes y actitudes a nivel físico, mental, emocional, espiritual y en diversos aspectos de mi vida, como el financiero, que comenzó a mejorar casi inmediatamente, así como, surgieron nuevas oportunidades que comencé a aprovechar, casi sin esfuerzo de mi parte.

Transcurría el año de 1967 y mi vida había encontrado un sendero que habría de conducirme a cooperar en forma más efectiva en el plan divino que el Supremo Hacedor, en algún momento, había diseñado para mí.

Tres meses después volví a aquel lugar donde había encontrado al Venerable hombre de La Victoria y allí estaba la fuente que él dijo llamarse La Victoria; empero, cuando traté de encontrar el camino para llegar a la casa donde amablemente me ofreció un delicioso café, preparado por su nieta Lucía, no logré encontrarlo, pese a haber recorrido durante un par de horas por los alrededores. Pregunté a varias personas para ver si podían indicarme como llegar a la casa del Venerable hombre y cual fue mi sorpresa, nadie lo conocía.

Empero, después de tanto buscar, volví a encontrar la casa donde vivía el Venerable hombre de La Victoria, pero se encontraba abandonada. Su aspecto indicaba que debía encontrarse en ese estado un lapso mayor del que mediaba con el encuentro de aquel ser extraordinario. Es sorprendente como los inmuebles solos acusan el paso del tiempo en mayor grado que los que son habitados. Si no fuera por los manuscritos pensaría que el encuentro no fue más que un simple sueño. -¿O se trata, acaso de un sueño combinado con un fenómeno de aporte? Personalmente, no lo creo. El encuentro fue muy vívido y real. El aromático café servido por Lucía estaba exquisito. Durante varios años volví al lugar varias veces, la casa seguía sola. La última vez que volví, no la pude ubicar y sin tener tiempo suficiente para seguir buscándola, me fui. Ahora, vivo muy lejos de aquella zona, en otro continente; han transcurrido muchos años y después de tanto tiempo es poco probable que vuelva allí; pero, los manuscritos y la meditación diaria obran en mi poder, me han transformado y han enriquecido mi vida.

Durante más de treinta y cinco años he puesto en práctica las diversas variantes de los ejercicios, afirmaciones y meditaciones que contienen los manuscritos y la meditación diaria y cada vez que los pongo en práctica, experimentos los mismos beneficios. Ahora, ellos se encuentran en el libro que usted tiene en sus manos; espero que les sean tan útiles como los han sido para mí.

Su contenido es eminentemente práctico; no hay teorías superfluas. Si lleva a cabo los ejercicios que contienen, es probable que, gradualmente, se vaya efectuando la transmutación alquímica de su ser sintonizándose con los elevados resultados existenciales, los cuales, por añadidura, al ser creados a nivel mental, se van manifestando en su propia vida, oportunamente.

Sobre todo, con estos ejercicios, me percaté, cuando el Venerable hombre me entregó los manuscritos, de que se dispone de un método para domar la mente y ejercer un pleno dominio sobre la vida en general y, por ende, sobre el destino y controlar, cuando eventualmente se presenten, todas las situaciones, manteniendo un perfecto equilibrio físico, mental, emocional, espiritual y financiero.

El Venerable hombre de La Victoria me comentaba que todo se puede lograr en la vida si se siembra la respectiva semilla por medio de correctas decisiones acordes con la propia y elevada auto-estima y dignidad personal, desarrollando el convencimiento de que sí se puede hacer, por medio de las afirmaciones, las visualizaciones y meditaciones, la experimentación de un estado emocional acorde al momento de ser logrados los respectivos resultados y la practica del desapego, es decir, dejar encargada a la mente psiconsciente del logro, y además, se espera el tiempo necesario haciendo, mientras tanto, todo lo que se requiere, según el caso o los objetivos por alcanzar.

Estas técnicas funcionan, me decía una y otra vez el Venerable hombre de La Victoria; luego, agregaba: -las he probado por más de cincuenta años y quien, a su vez me las entregó, habría hecho otro tanto, aseverando que eran efectivas, si yo seguía fielmente las instrucciones y las ponía en práctica con expectativas positivas.

Desde que en 1967, el Venerable hombre me hiciera entrega de los manuscritos, han transcurrido un poco más de de treinta y cinco años, durante los cuales yo también he puesto en práctica las diversas variantes de los ejercicios, afirmaciones y meditaciones que contienen, y cada vez que me ejercito con ellos, experimento los mismos beneficios. Ahora, ellos se encuentran en el libro que usted tiene en sus manos; espero que les sean tan útiles como los han sido para todos los que hemos aplicado las enseñanzas del Venerable hombre de La Victoria.

Él me repetía constantemente: -“¡Tú puedes si crees que puedes hacerlo! ¡Hazlo y tendrás el poder!

Recuerdo que ese día el Venerable hombre me dijo: -ejercer el poder con que la naturaleza de las cosas ha dotado a cada ser, cultivando los dones inherentes y aprendiendo todo lo que se pueda de sí y del vasto universo del que se forma parte, es una manera efectiva de ser cada día más feliz. Luego, cuando me despedí de él, expresó: -“¡Que cada día brille más y mejor tu luz interior!”.- Adelante.

Capítulo 2

Meditación diaria

Es lunes en la noche, son las once en punto.

Me dispongo a copiar textualmente, en el cuaderno que he dispuesto para ello, el manuscrito identificado con el título:

Meditación diaria

Dice así:

Afirme, en la mañana y en la noche, antes de dormir, durante veintidós días; luego, cada vez que lo desee, esta poderosa fórmula de programación mental positiva y descubra cómo, con facilidad, van ocurriendo cosas maravillosas en su vida:

MEDITACIÓN DIARIA

Afirma, en la mañana y en la noche, antes de dormir, durante veintidós días; luego, cada vez que lo desees, esta poderosa fórmula de programación mental positiva y descubre cómo, con facilidad, van ocurriendo cosas maravillosas en tu vida. Al encender la luz en la mente se ilumina la propia existencia y todo en derredor vibra al unísono y con el mismo sentimiento de felicidad y bienestar, interrelacionándose por la ley de afinidad.

1. -Entro en el nivel de mi mente psiconsciente, en el centro de control de mi piloto mental automático, donde todo va bien, siempre, contando de tres a uno: Tres, dos, uno.

Ø Ahora, estoy ya en el nivel de mi mente psiconsciente, en el centro de control de mi piloto mental automático, donde todo va bien, siempre.

Ø Voy a permanecer en el nivel de mi mente psiconsciente, en el centro de control de mi piloto mental automático, donde todo va bien, siempre, durante quince minutos y voy a programar los siguientes efectos positivos, los cuales perduran, cada vez mejor, hasta que vuelva a realizar este acceso y programación mental:

Ø Todo va bien, siempre, en todos los aspectos de mi vida, cada día mejor. (Tres veces). –Imagínalo-.

Ø Todo va bien en mi trabajo; cada día logro mejores niveles de efectividad, prosperidad, riqueza, abundancia y bienestar. (Imagínalo).

2. Formo una unidad cósmica perfecta con el Creador Universal, -ELOÍ. (Diez veces, con los ojos cerrados). Hoy se expresa en mí la Perfección universal de la Vida, del amor, de la luz, de la sabiduría, del perdón, de la percepción de la verdad, de la aceptación de la realidad, de la justicia, de la igualdad, de la compensación, de la fortaleza, de la templanza, de la belleza, del equilibrio, de la armonía, de la salud, de la prosperidad, de la riqueza, de la abundancia, del servicio y de la provisión en todos los aspectos de mi vida.

3. -Cada día, en todas formas y condiciones, mi cuerpo y mi mente funcionan mejor y mejor. La consciencia de mi conexión permanente e indisoluble con el Creador Universal, -ELOÍ-, restablece y mantiene en mí, diariamente, durante las veinticuatro horas del día, un perfecto estado de salud a nivel físico, mental, emocional y espiritual. Gracias, Creador Universal, por darme un cuerpo perfecto, saludable, lleno de energía. Aquí y ahora, me siento en perfecto equilibrio de salud, a nivel físico, mental, emocional y espiritual.

4. Afronto y resuelvo bien toda situación que me compete, siempre.

5. Todo tiene solución, en todas las situaciones de mi vida.

6. El Creador Universal, -ELOÍ-, es en mí, cada día mejor, en todos los aspectos de mi vida, fuente de amor, luz, sabiduría, éxito, riqueza, prosperidad, abundancia y armonía.

7. Permito que las leyes universales de la Vida, del amor, de la luz, de la sabiduría, del perdón, de la percepción de la verdad, de la aceptación de la realidad, de la justicia, de la igualdad, de la compensación, de la fortaleza, de la templanza, de la belleza, del equilibrio, de la armonía, de la salud, de la prosperidad, de la riqueza, de la abundancia, del servicio y de la provisión actúen bien en el plan de mi vida.

8. Tengo prosperidad y poder. Cada día enriquezco mejor mi vida a través del servicio efectivo, del amor y de la práctica de todas las virtudes.

9. Mi dignidad personal me lleva a realizar las cosas que me competen con la máxima perfección posible.

10. Cada día, en todas formas y condiciones, en todos los aspectos de mi vida, estoy mejor y mejor a nivel físico, mental, emocional, espiritual y financiero.

11. Actúo con templanza, serenidad, autodominio y perfecto equilibrio en todo. Conservo plena autonomía y control sobre todas mis facultades físicas, mentales, emocionales, intelectuales y espirituales. Hecho está. (Visualizar un escudo protector de luz que te envuelve y protege; -una pirámide-).

12. Tengo fortaleza, valor, confianza y fe suficiente para triunfar y alcanzar todas mis metas, de acuerdo con la voluntad del Creador Universal, -ELOÍ-, y en armonía con sus planes cósmicos. Soy inmune e invulnerable a las influencias y sugestiones del medio ambiente y de cualquier persona a nivel físico, mental, emocional y espiritual, en las dimensiones objetivas y subjetivas y en cualesquiera otras en que sea requerido.

13. El orden universal de la Vida, del amor, de la luz, de la sabiduría, del perdón, de la percepción de la verdad, de la aceptación de la realidad, de la justicia, de la igualdad, de la compensación, de la fortaleza, de la templanza, de la belleza, del equilibrio, de la armonía, de la salud, de la prosperidad, de la riqueza, de la abundancia, del servicio y de la provisión se establece en mi vida, en todos mis asuntos y en las personas interrelacionadas, aquí y ahora. Hecho está.

14. Asumo la responsabilidad de mis actos y cumplo bien todos mis compromisos, siempre oportunamente, de acuerdo con el orden cósmico.

15. El Creador Universal, -ELOÍ-, nos da abundancia y armonía en el eterno presente. Vivo en abundancia y en armonía perfectas, aquí, ahora y siempre.

16. El Creador Universal, -ELOÍ-, se está ocupando de todo, en todos los aspectos de mi vida, y se expresa en mí conciencia intuitiva por medio de los sentimientos en correspondencia con los valores universales.

17. Gracias, Creador Universal, -ELOÍ-, por esta vida maravillosa. Que Tu Inteligencia Infinita, Amor, Sabiduría, Justicia, Luz, y Poder Creador guíen, adecuadamente, todas mis decisiones y acciones, ahora y siempre. Gracias, Eloí, por este día maravilloso.

18. El Creador Universal, -ELOÍ-, nos proteja, aquí y en cualquier lugar, ahora y siempre. (Tres veces).

19. Siempre espero lo mejor, de acuerdo con la voluntad del Creador Universal, -ELOÍ-, y la Ley Cósmica, en armonía con todos.

20. Gracias, Creador Universal; todo va bien en todos los aspectos de mi vida, a nivel físico, mental, emocional y espiritual. Gracias, Eloí, todo va bien en mis practicas espirituales y en mi relación Contigo; Tú y yo formamos una unidad perfecta, armónica, aquí y ahora, en el eterno presente. Yo soy Tú, Tú eres yo. Te amo.

21. Voy a realizar –obtener o resolver- (mencionar), antes del: (fecha), de acuerdo al orden divino y en armonía con todos. (Si se trata de varios objetivos, anótelos y haga la afirmación y visualización con cada uno de ellos. Imagínelo concluido satisfactoriamente sin imponer canal alguno de manifestación.)

22. Tengo serenidad y calma imperturbable. Soy impasible frente a todo y a todos. No tengo temor a nada, a nadie ni de nadie en ningún nivel físico, mental, emocional, espiritual y financiero. Dentro de mí vibra la seguridad total. Tengo completa confianza en la vida y en mi propia capacidad de resolver situaciones y alcanzar los resultados satisfactorios que preciso, en cada caso, siempre.

A continuación anoté la fecha: Lunes 12 de agosto de 1967. Luego, tal como me lo indicó el Venerable hombre, anoté la fecha que correspondía veintidós días después: 03 de septiembre de 1967.

Acto seguido, me senté cómodamente, tomé tres respiraciones profundas y realicé la meditación.

Luego, cada noche, durante veintidós días, a las once en punto, me iba a mi cuarto, daba indicaciones de no ser interrumpido durante veinte minutos y realizaba la meditación del día, la cual, siempre complementaba con la lectura breve de uno de los libros de cabecera que siempre suelo tener en mi mesa de noche.

Iba notando, día a día como emergía de mi interior una nueva y desconocida fortaleza, seguridad, estado de ánimo contento, actitud más decidida, optimismo frente a la vida y a las situaciones; comencé a llevarme mejor en las relaciones con las demás personas, a ser más comedido en todo y sobre todo comenzaba a tener conciencia de cosas que antes me solían pasar desapercibidas.

Cabe destacar que, en el punto número veintiuno de la meditación, había anotado siete objetivos que desde hacía tiempo quería realizar y para mi sorpresa, treinta días después de haber terminado de efectuar la meditación del manuscrito número veintidós comencé a observar como, en forma aparentemente casual se iban manifestando la resultados de cada uno de ellos hasta que, algunos meses después, antes de la fechas previstas, los había realizado todos, menos dos, por lo cual, me senté y volví a anotar, en una hoja de mi cuaderno, otros diez objetivos, encabezados por los dos pendientes de la lista anterior, les puse la fecha tope a cada uno, antes de la cual debían ser logrados, para seguir visualizando, su logro, periódicamente.

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lunes, 27 de enero de 2014

L'apologia di Socrate


L'apologia di Socrate

Platone

Socrate dissi: 
-"Io solo so che non so quello che non so".
GIC



I.


Quello che è avvenuto a voi, Ateniesi, in udire i miei accusatori, non so; ma io, per cagion loro, poco meno mi dimenticai di me stesso, cosí parlarono persuasivamente: benché, se ho a dire, essi non han detto nulla di vero. Ma delle molte loro menzogne ne ammirai massimamente una, questa: dissero che a voi bene conveniva guardarvi non foste tratti da me in inganno, perciò che sono terribile dicitore. Imperocché a non vergognarsi che tosto li avrei smentiti, mostrando in fatto non essere niente terribile dicitore, questa mi parve la lor maggiore impudenza: salvo che non chiamino terribile dicitore uno che dice il vero; ché, se intendono cosí, ben consentirei che sono oratore io: ma non a lor modo. Essi dunque han detto poco o nulla di vero, come io dico; ma da me voi udirete tutta la verità. Non, per Giove, orazioni ornate, come le loro, di frasi e parole belle; ma sí udirete cose dette senza niuno studio, con quelle parole che vengono, ma giuste, io credo; e niun di voi si aspetti altro da me. Perché non istarebbe bene, che io, o cittadini, venissi innanzi a voi come un giovinetto che modelli sue orazioni; io, a questa età. Anzi, o Ateniesi, di questo prego voi, e voi supplico, che se udite me con quelle parole difender me stesso con le quali son solito parlare e in mercato ai banchi, dove mi hanno udito molti di voi, e altrove, non vi maravigliate né facciate rumore. La cosa va cosí: io, la prima volta ora, vengo su in tribunale e ho settant'anni; onde alla dicitura di qui sono proprio forestiero. E dacché, se fossi veramente forestiero, voi mi perdonereste se io vi parlassi in quella voce e quel modo ne' quali fossi allevato, prego voi ora (e mi par che a ragione) che non badiate alla maniera di dire (forse potrebb'ella esser peggio, forse meglio), e guardiate solo e consideriate se dico cose giuste, o no. Imperocché questa è la virtú del giudice; quella dell'oratore poi, è dire il vero.

II.

E ora, o Ateniesi, è giusto che prima io mi difenda contro le prime false accuse e contro i primi accusatori; poi contro quelle e quelli venuti dopo. Imperocché accusatori miei presso voi ce n'è stati molti, e da un pezzo, sono già molti anni, non dicendo nulla di vero: i quali piú mi dànno paura che non Anito e i suoi seguaci, contuttoché terribili, anche loro. Ma quelli sono piú terribili, o cittadini; i quali, pigliando i piú di voi ancor fanciulli, di loro accuse contro me in nulla vere vi ebbero persuasi: che ci è un certo Socrate, uomo sapiente, speculatore delle cose del cielo e cercatore di tutte le cose sotto terra, e che le piú deboli ragioni fa piú forti. E gli spargitori, o Ateniesi, di questa fama, essi sono i miei terribili accusatori; imperocché pensano quelli che li odono, i cercatori di cotali cose non creder né anche negl'Iddii. E poi questi accusatori sono molti e m'han già accusato da molto tempo, parlando in quella età a voi nella quale molto credevate per essere fanciulli, alcuni giovinetti; e mi hanno accusato, me assente, niuno difendendomi. E la piú strana cosa è che non si possa conoscere e dire loro nomi, salvoché qualche comediografo; ma, tutti quelli che voi ebbero persuasi per invidia o calunnia, o perché persuasi e persuadenti alla loro volta, verso questi non so che fare io: né si può qua menare nessun di loro né argomentar contro; ed è proprio necessità che io mi difenda come se combattessi con ombre, e che, niuno rispondendo, ribatta. Dunque, consentite anche voi, i miei accusatori sono di due specie, i novelli, e gli antichi che dico io: e consentite che io mi ho a difendere prima contro quelli; imperocché voi avete udito quelli accusarmi prima, e piú molto, che non questi venuti dopo. E sia. Ci si ha a difendere, dunque, e ci si ha a provare di trar via fuori dai vostri animi la calunnia che ivi cova da lungo tempo, e trarnela in tempo cosí breve. Oh cosí fosse, se cosí è il meglio per voi e per me; se avessi pure qualche vantaggio, difendendomi; ma la difficoltà la vedo, e non mi si nasconde quale ella è. Ma vada come a Dio piace; si ha a ubbidire alla legge e ci si ha a difendere.

III.

Dunque ripigliamo da principio: che è l'accusa, dalla quale m'è nata la calunnia, e alla quale prestando fede scrisse la querela sua Meleto? e che mai dicendo mi calunniarono i calunniatori? Via, essendo accusatori essi, la lor querela giurata conviene che la legga. Eccola: "Socrate fa rea opera, e temeraria, cercando le cose sotto terra e quelle su in cielo, e le piú deboli ragioni facendo piú forti, e questo insegnando agli altri". - Su per giú cosí ella dice, come avete veduto voi stessi, là, nella comedia di Aristofane: un Socrate sé girante per aria, e di camminare per aria gloriantesi, e predicante altre molte ciancie; delle quali non so nulla io né punto né poco: e non dico cosí come dispregiando questa cotal scienza, se mai alcuno l'avesse: oh non ci vorrebbe altro che da parte di Meleto mi tirassi addosso anche cotesta accusa. Ma, o Ateniesi, io non ne so nulla: e invoco a testimoni i piú di voi, e voglio che vi contiate l'un l'altro quanti mi avete mai udito ragionare, e ce n'è molti; vi contiate l'un l'altro se mi ha udito mai alcuno o poco o molto ragionare di cose simili: e conoscerete che il medesimo valore hanno le altre accuse, le quali contro me dicono.

IV.

Sí non ci è nulla di vero: e se avete mai udito che io mi provo a educare uomini e fo danari, né anche questo è vero. Certo mi parrebbe bello se ci fosse alcuno, atto a educare uomini, come Gorgia il Leontino, o Prodico di Ceo, o Ippia di Elide: a ciascun dei quali, andando di città in città, vien fatto, o Ateniesi, di persuadere i giovani, che pur potrebbero conversare con qualunque volessero dei lor cittadini, e senza paga; persuaderli, lasciata la conversazione di quelli, a conversare con essi, dando danari e col cuore ringraziando. E ci è altro sapiente uomo, che so essere venuto qua fra noi, un di Paro. So questo perché e' m'avvenne d'accostare un che con i sofisti ha speso danaro piú che tutti gli altri, Callia il figliuolo d'Ipponico. Lui che ha due figliuoli, interrogai io: - O Callia, se i tuoi due figliuoli fossero puledri o vitelli, non avremmo a prendere noi a paga un sovrastante, il quale, della virtú a loro convenevole, far li dovesse buoni e belli e sarebbe un cavallerizzo o un che s'intende di campi? Ma, dacché sono uomini, chi hai in mente di prender loro come sovrastante? Chi è intendente della virtú, della umana e civile? Credo che tu ci abbi pensato, dacché hai de' figliuoli. C'è alcuno, - dissi io, - o no? - Oh sí, - rispose. - Chi, - dimandai io, - e di dove è, e per insegnare quanto vuole? - Rispose: - Eveno, o Socrate; di Paro; cinque mine. - Beato Eveno, - diss'io, - s'egli ha questa virtú e sa insegnare cosí bene -. Mi glorierei anch'io ed inorgoglirei, se sapessi; ma io non so, Ateniesi.

V.

Ripiglierà alcuno di voi: - Ma, o Socrate, che faccenda è la tua? D'onde ti sono nate queste calunnie? Se non ti fossi preso brighe che gli altri non si prendono, se fatto non avessi come i piú non fanno, tu non saresti venuto in cosí mala voce. Di' a noi dunque: che è? affinché noi non giudichiamo di te a caso -. Chi dice cosí, dice dirittamente, mi pare; e io mi proverò di chiarire a voi che è mai quel che ha generato contro me la mala fama e calunnia. State a udire: forse parrà ad alcuni di voi che io scherzi; ma, sappiate bene, io vi dirò tutta la verità. Io, Ateniesi, non per altro che per una certa sapienza mi sono procurato cotesta mala fama. Quale sapienza? quella umana, forse: perché può esser bene che di questa sapienza sia io sapiente, e quelli che diceva dianzi sarebbero sapienti di certa sapienza piú che umana: o non so che dico, perocché di questa io non ho cognizione, e chi afferma che sí, mentisce e mi vuole calunniare. E non ischiamazzate, o Ateniesi, se vi par che dica una strana cosa, ché non son mie le parole che io dico, ma sí di tale che degno è che voi gli abbiate fede; imperocché di questa mia, se sapienza ella è, e quale, vi addurrò a testimonio l'Iddio che è in Delfo. Cherofonte, voi lo conoscete: egli fu amico mio da giovine, e amico fu al vostro popolo, e fuggí in questa ultima fuga con voi e tornò con voi; e conoscete Cherofonte com'egli era, e l'impeto suo dove ch'ei si mettesse. Ora andato una volta a Delfo, ecco di che egli osò interrogare l'oracolo; non ischiamazzate, dico, Ateniesi: lo interrogò se alcuno fosse piú sapiente di me. Rispose la Pizia: - Niuno essere piú sapiente. - E di ciò sarà testimonio a voi suo fratello che è qui; ch'egli è morto.

VI.

Guardate perché dico questo: perché voglio che conosciate voi d'onde mi sia nata la calunnia. Dunque, udendo io quelle parole, pensai: "Che mai dice l'Iddio? nelle parole sue che mai nasconde? perché io non ho coscienza, né punto né poco, di essere sapiente. Che mai dice, affermando che io sono sapientissimo? certo non mentisce, ché non gli è lecito". E molto tempo stetti in dubitazione che mai volesse Egli dire. Poi e con fatica, mi fui messo cosí a cercare. Andai a un di quei che paiono sapienti, e fra me dissi: "Or, se mai, smentirò il vaticinio e mostrerò all'oracolo che piú sapiente di me è colui: tu dicesti me". E riguardandolo bene (non c'è bisogno che dica il nome, era un de' politici) ecco che mi avvenne. Messomi a conversare con lui, mi parve che quest'uomo ben paresse sapiente ad altri molti uomini, e massimamente a sé medesimo, ma che non fosse. E mi provai di mostrarglielo: - Tu sí credi essere sapiente, ma non sei -. E tosto a lui, e a molti che ivi erano presenti, venni in odio. Andatomene via, ragionai fra me, e cosí dissi: "Son piú sapiente io di questo uomo; imperocché, a vedere, niuno di noi due sa nulla di bello e di buono, ma costui crede sapere, e non sa; io non so, ma non credo né anche sapere. E pare che per cotesta piccolezza sia piú sapiente io, perciò che non credo sapere quello che non so". E andai a un altro, di quelli che mostravano essere piú sapienti di lui; e me ne parve il medesimo: e cosí venni in odio e a quello e a molti altri.

VII.

E seguitai ad andare: con dolore e tremore, sentendo che veniva in odio; nondimeno parevami necessario far grandissima estimazione della parola dell'Iddio, e andare a tutti coloro che mostravano di sapere qualche cosa, per vedere che dicesse mai l'oracolo. E per il Cane, o giudici (a voi si ha a dire il vero), ei m'avvenne che, cercando secondo la mente dell'Iddio, quelli massimamente riputati mi paressero quasi essere piú da poco, e quelli, a vedere piú da poco, essere piú savii. E la peregrinazione mia conviene che io ve la conti, la quale non fu senza fatiche, acciocché la sentenza dell'oracolo chiaro mi si mostrasse. Perché dopo ai politici andai ai poeti, a quelli di tragedia e a quelli di ditirambi e agli altri, per cogliere in sul fatto me quale piú ignorante di loro. E pigliando in mano i loro poemi, quelli che mi parean piú lavorati, anche per apprendere qualche cosa dai poeti, li interrogai che mai dire volessero. Bene ho vergogna, o giudici, di palesarvi il vero; e pur vi si ha a palesare. Ecco, se ho a dire, di quelli argomenti dei quali aveano cantato, quasi tutti gli astanti ne ragionavan meglio di loro. In breve questo ebbi conosciuto, che i poeti non per sapienza poetavano checché poetassero, ma per certa natura e da Dio occupati, come i divinatori e i vaticinatori; i quali dicono pure molte e belle cose, e non sanno nulla di ciò che dicono. E vidi che tale passione tocca i poeti: e insieme mi fui accorto che essi, perciò che poeti, si reputavano ancora nelle altre cose sapientissimi uomini, senza che fossero: e ne andai via pensando che, per la ragion medesima, al paragone di quelli non altrimenti che al paragone dei politici, piú valeva io.

VIII.

In ultimo andai agli artefici, perché mi sapeva da me non essere io intendente di nulla; e quelli sapeva di avere a trovare intendenti di molte e belle cose. E non mi fui ingannato, perché veramente essi intendevano cose che non intendeva io, e da questo lato erano piú sapienti di me. Ma, o Ateniesi, i buoni artefici mi parve che il medesimo peccato avessero che i poeti, dacché ciascuno, per lo adoperare bene sua arte, si credeva sapientissimo anche nelle altre maggiori cose; e questa stoltizia oscurava quella sapienza. Onde per parte dell'oracolo interrogai me medesimo se io volessi essere cosí come sono, né per nulla sapiente della loro sapienza né ignorante della loro ignoranza, o avere l'una e l'altra cosa, che hanno quelli. Risposi a me e all'oracolo, che mi giovava essere come sono.

IX.

Or da questi esami mi son nate molte inimicizie, o Ateniesi, e molto aspre e fierissime, dalle quali sono nate molte calunnie, fra l'altre questa: ch'ei mi chiamano sapiente. Imperocché ogni volta che argomento contro gli altri, mostrando che non sono sapienti, quelli che stanno lí credono che sapiente sia io. No, cittadini, quel che pare è questo: sapiente davvero essere Iddio, e volere Egli dire per quell'oracolo che la umana sapienza vale poco o nulla: ed è chiaro che non intende Socrate, e che usa del mio nome a fine di porre me a esempio, come se dicesse: - Colui tra voi, o uomini, è sapientissimo, il quale come Socrate conosciuto ha ch'ei non vale nulla in sapienza -. Onde anche ora vo guardando intorno, e cerco tra i cittadini e forestieri chi io creda essere sapiente; e, secondo l'Iddio, lo esamino; e se poi non mi pare tale, aiutando io l'Iddio, gli mostro che non è sapiente. E per questa occupazione non ho tempo di far cosa niuna degna che si dica, né per la città né per la casa, e sono in povertà grande, per servigio dell'Iddio.

X.

Oltre a ciò, i giovani che s'accompagnano meco (e vengon da sé), figliuoli dei piú ricchi, che hanno gran tempo, udendo esaminar gli uomini, godono, e molte volte fra loro provano d'imitare me, e poi si mettono a esaminare gli altri. E sí che ne trovano in abbondanza, penso io, uomini che si credon sapere qualche cosa, sapendo poco o nulla. E ne viene che gli esaminati da loro se la pigliano con me; con loro, no: e dicono che ci è un certo Socrate, scelleratissimo uomo, che guasta i giovani. E se alcuno dimanda: - Per guastarli che fa? e che insegna? - non han da risponder nulla, ché non sanno; ma, per non parere impacciati, dicono quel che si è soliti a dire contro tutti i filosofi: che insegna le cose del cielo e le cose di sotto terra, e a non credere negl'Iddii, e a fare diritto il torto. Perocché la verità credo non la vorrebbero dire, che si sono palesati persone che presumono di sapere, non sapendo nulla. E siccome ambiziosi e furiosi, e molti, e concordemente e persuasivamente e da un pezzo diffamanti, sí di loro gravi calunnie vi ebbero riempiuti gli orecchi. Tra costoro Meleto mi si è levato contro, e Anito e Licone; Meleto in collera per ragion dei poeti; Anito, per gli artefici e i politici; e Licone, per gli oratori. Onde, come diceva dal principio, mi maraviglierei se questa calunnia, fattasi cosí molta, da voi potessi io dissipare in sí poco tempo. Ma la verità è questa, e ve la ho detta tutta, non nascondendo né scemando nulla; sebbene sono quasi certo che perciò mi odiano. Il che è prova ch'io dico vero, e ch'ella è una calunnia, e che la cagione della calunnia è questa. E cercate ora o poi, voi troverete che è cosí.

XI.


E questa difesa, quanto alle colpe delle quali mi hanno accusato i primi miei accusatori, basta. Da Meleto ora mi proverò di difendermi; il buono, l'amante della città, come dice; e dagli altri venuti poi. E dacché questi accusatori son diversi da quelli, la loro giurata querela ripigliamola. Su per giú dice: "Socrate è reo verso ai giovani, guastandoli; e verso agl'Iddii, in quelli non credendo ne' quali la città crede, ma sí in strane cose demoniache, e nuove". Tale è l'accusa: esaminiamola capo per capo. Dice che io sono reo verso i giovani, perché li guasto; e io dico che reo è Meleto, perché scherza pensatamente, trae in tribunale le persone leggermente, e dà a vedere di curarsi molto di cose delle quali nulla non si curò mai. Ch'ella è cosí, mi proverò di mostrarvelo.

XII.

Qua a me, Meleto: di', non ti sta assai a cuore che divengano buoni, quanto si può, i giovani? - A me, sí. - Via, di' a costoro chi li fa migliori. Lo déi sapere, se ti sta a cuore, dacché trovato hai, come tu di', chi li guasta, e me trai al cospetto di costoro, e me accusi. Via, chi li migliora? mostralo: chi è?... Meleto, tu taci, e non sai che dire. E non ti pare brutta cosa? e non ti par sufficiente prova di quel che dico io, che dei giovani non te ne sei curato niente? Ma di', o buono uomo, chi li migliora? - Le leggi. - Ma non dimando questo io, o ottimo uomo, ma sí chi prima conobbe ancora questa medesima cosa, le leggi. - Costoro, o Socrate; i giudici. - Come di', o Meleto? costoro sono atti a educare i giovani, e li migliorano? - Sí certo. - Tutti? o alcuni di loro sí, altri no? - Tutti. - Che buone novelle, per Giunone! oh la gran gente che giova! E questi qua, gli uditori, li migliorano? o no? - Ancora questi. - Che? e i consiglieri? - Ancora i consiglieri. - Ma, o Meleto, i giovani li guastano forse quelli dell'assemblea? o li migliorano ancora quelli? - Ancora quelli. - Tutti gli Ateniesi dunque, come pare, li fan belli e buoni, eccetto me; solo io guasto: cosí di' tu?... - Cosí, cosí dico io. - Oh la grande sventura che mi dici; e rispondi: ti pare il medesimo anche dei cavalli, tutti li migliorano e solo uno li guasta? o, al contrario, li può migliorare solo uno, o pochissimi, i cavallerizzi; e i molti, se hanno a far con cavalli e li adoperano, li guastano? Non è cosí, o Meleto, e dei cavalli e di tutti gli animali? Bene è cosí, o che tu e Anito diciate sí, o no; ché sarebbe gran beatitudine quella dei giovani, se fosse vero che uno solo li guasta, e gli altri li migliorano. Ma, o Meleto, ben mostri non aver pensato mai ai giovani, e prova ne dài chiara; e nondimeno, sotto specie d'amore a questi giovani dei quali non ti sei curato niente, tu qua mi meni.


XIII.

E per Giove ci di', o Meleto, se è meglio abitare fra buoni, o fra malvagi cittadini... Caro! rispondi; non è niente difficil cosa quella che dimando. E i malvagi, a quei che tutto dí li accostano non fanno del male; e del bene i buoni? - Sí. - E ci è chi voglia essere da quelli danneggiato, con i quali conversa, piuttosto che giovato? rispondi, o buono uomo; dice anche la legge che si ha a rispondere; c'è chi voglia essere danneggiato? - No. - Su via, tu trai qua me come un che corrompe e fa malvagi i giovani volontariamente, o involontariamente? - Volontariamente, dico io. - Che, o Meleto? tu all'età tua sei tanto piú savio che non io all'età mia, che tu conosciuto hai che i cattivi sempre fanno del male a quelli che li accostano, e i buoni del bene; e io son cosí ignorante, che financo ignoro che se alcuno farò malvagio di quelli che conversano meco, starò nel pericolo di ricevere del male io da lui; cosí ignorante, che fo cotesto male come di' tu, volontariamente? Non te lo credo, né io né nessun altro. Ma, o non corrompo, o, se mai, involontariamente; sicché in tutte e due i casi tu mentisci. E se involontariamente, per tali involontarii peccati non è di legge trarre qua alcuno, ma sibbene averlo a sé da parte, ammonendo e insegnando. Egli è chiaro che piú non farò quel che io fo involontariamente, quando avrò appreso. Ma ti sei scansato dallo starti con me e dall'insegnarmi; non hai voluto; e mi meni qua dove è di legge che coloro siano menati, i quali han bisogno di castigo, ma non d'insegnamento.

XIV.

Ma, Ateniesi, come io diceva, manifesto è che Meleto di queste cose non se n'è curato mai né molto né poco. Nientedimeno di': come affermi tu, o Meleto, che io corrompo i giovani? O non è chiaro, secondo l'accusa che hai scritta, che insegnando a non credere in quelli Iddii nei quali la città crede, ma bensí in strane cose demoniache, e nuove? Non di' tu che, con insegnare cotesto, io corrompo quelli? - Sí, sí, cotesto. - E via, in nome di questi stessi Iddii dei quali si parla, piú chiaro di' e a me e a questi giudici. Io non posso intendere: di' tu ch'io insegno a credere che ci siano Iddii, e ch'io stesso credo ci siano Iddii, e non sono al tutto ateo, non sono cosí reo; ma non quelli che la città crede, ma sibbene diversi, e, perché diversi, tu mi accusi? o proprio affermi che io stesso non credo niente che ci siano Iddii, e che cotesto insegno io agli altri? - Cosí affermo, che tu non credi proprio niente ci siano Iddii. - O maraviglioso Meleto, perché tu di' cosí? sole e luna non credo io dunque che siano Iddii, come credon gli altri uomini? - Per Giove, no, o Giudici: il sole ei dice che è pietra; e la luna, terra. - Anassagora credi tu accusare, caro Meleto? e cosí sprezzi costoro, e li credi cosí salvatichi di lettere, da non sapere che di cotali discorsi i libri di Anassagora, il Clazomenio, sono pieni? Oh bella! i giovani imparano da me questa dottrina, che quando vogliano, con una dramma a dir molto molto, possono comperare dall'orchestra, dando la baia a Socrate se se ne vuol fare bello lui e di dottrina sí strana! Ma, per Giove, ti par cosí di me, che non creda in nessuno Iddio? - Nessuno, nessuno, per Giove. - Non ti si ha credere, o Meleto, e, a vedere, non credi a te né anche tu. Imperocché costui, Ateniesi, mi par molto procace e prosuntuoso, e che coteste accuse le ha proprio scritte per procacia e prosunzione, e perché giovine. Ch'egli ha l'aria di un che compone enimma, per tentare: "Socrate, il sapiente, o conoscerà che io mi contraddico per pigliarmi gioco di lui, o no; e se no, trarrò lui in inganno e gli altri che odono". Ché manifestamente egli mi si contraddice nell'accusa, come se dicesse: "Socrate è reo, perché non crede esserci Iddii, e crede esserci Iddii". Pare un che burla.


XV.

Guardate con me: ch'ei si contraddice cosí, è chiaro. Tu rispondi a noi, o Meleto: e voi ricordatevi di quello che vi ho pregato in principio, di non mi far rumore se io ragiono nel modo solito. - Ci è alcun uomo, o Meleto, il quale creda esserci cose umane sí, ma uomini no?... (che risponda, o Giudici, e non si dimeni, non ischiamazzi) - c'è alcuno che non creda esserci cavalli, e cose cavalline sí? che non creda esserci sonatori di flauto, e sonate di flauto sí?... Non c'è: o il piú buon uomo, se non vuoi rispondere tu, rispondo io a te e a questi altri. Ma a questo déi rispondere tu: c'è alcuno il quale creda esserci cose demoniache, e demoni no? - Non c'è. - Che bene mi hai fatto! che alla fine tu m'hai risposto un poco: ma sforzato. Ora tu affermi che io credo e insegno esserci demoniache cose, nuove o vecchie che siano? dunque a cose demoniache credo, secondo che di' tu; e giurato l'hai nella tua querela. Ma se io credo in cose demoniache è ben di necessità che io creda anche nei demoni: non è cosí?... Cosí; dacché non rispondi, suppongo che tu consenta. E i demoni non crediamo noi essere Iddii o figli d'Iddii? sí o no? - Eh sí! - Dunque se io credo in demoni come tu affermi, e se i demoni son cotali Iddii, ecco che dico io, tu fai un enimma, per fare il grazioso, affermando che negli Iddii io non ci credo e ci credo. E se poi i demoni son cotai figli spurii d'Iddii, partoriti o da ninfe o da altre che dicono, qual uomo crederebbe esserci figli d'Iddii, e Iddii no? sarebbe tal strana cosa, quale se alcun credesse esserci figli di cavalli e di asini, i muli, e non credesse esserci cavalli e asini. Ma, o Meleto, una delle due: o m'hai scritto l'accusa per pigliarti giuoco di me e mettermi a prova, o per non trovar niuna vera colpa che tu imputare mi potessi; ma che ti venga fatto di persuadere alcuno, anche se di piccola mente, che uno medesimo creda esserci cose demoniache e divine, e demoni e Iddii ed eroi no, non ci è modo né verso.

XVI.

Ma, o Ateniesi, che non sono io reo di quello che mi accusa Meleto di molta difesa mi pare che non ci sia alcun bisogno; queste ragioni bastano. Ma ciò che detto ho dianzi, che io mi sono tirato addosso molto odio e di molti, sapete che è vero. E quest'odio mi perderà, se pur mi può perdere: non Meleto né Anito, sí quest'odio o invidia che perdette e, credo, perderà altri molti e buoni uomini; perché non è a temere per nulla, che in me si arresti. Dirà alcuno: - Non ti vergogni, Socrate, che a tale esercitazione ti sei dato, per la quale stai nel pericolo, presentemente, di morire? - Ma io giustamente risponderei a lui: - Tu non di' bene, o uomo, se credi che uno, valendo pur poco, abbia a ragionare il pericolo della vita o la morte, quando fa alcuna cosa; e non considerare solo se cosa giusta fa o ingiusta, se opera fa di buono o di malvagio uomo. Se no tutti da poco, secondo il tuo discorso, sarebbero quei Semidei morti a Troia; tra gli altri il figlio di Tetide, il quale tanto sprezzò il pericolo per non sostenere vergogna, che, a lui deliberato di uccidere Ettore, dicendo cosí, come penso io, la madre ch'era Dea: "Se tu, o figliuolo, vendicherai la morte di Patroclo, il tuo amico, e ucciderai Ettore, morirai;

Dopo quello d'Ettor pronto è il tuo fato";

egli, a udire questo, facendo picciol conto della morte e del pericolo, e temendo la vile vita se gli amici non vendicava, cosí rispose: "Muoia pure io tosto dopo data la pena al reo, acciocché io qua non rimanga a ludibrio presso alle curve navi, peso alla terra". O credi che siasi angustiato per la morte o il pericolo? - In verità è cosí, o Ateniesi: dove si pone alcuno da sé medesimo, giudicando essere il suo meglio; o dove posto è da colui che comanda; ivi, ancoraché in pericolo, deve stare; non badando niente né a morte né a null'altro, ma sí alla vergogna.

XVII.

Laonde io avrei operato perversamente, se quando i capitani da voi eletti per comandarmi m'ebbero assegnato il luogo e in Potidea e in Anfipoli e in Delio, nel luogo assegnato da quelli io stetti, sí come qualunque altro, contuttoché in pericolo di morire; e poi assegnandomi Dio, come ho pensato e supposto, che io dovessi vivere filosofando ed esaminando me e gli altri, qui, impaurito della morte o che altro mai, io avessi abbandonato la ordinanza. Sarebbe assai grave cosa: e allora ben giustamente si trarrebbe me in tribunale perciò che non credo negli Iddii, disubbidendo all'oracolo e temendo la morte e riputandomi sapiente senza che fossi. Imperocché, cittadini, il temere la morte niente altro è, che parer sapienti senza essere; perché è parer di sapere ciò che non si sa. Ché nessuno sa della morte se ella per avventura non sia all'uomo il maggiore di tutti i beni, e ognuno la teme come se ben sapesse essere quella il maggior dei mali. E non è ignoranza cotesta, la piú vituperevole, creder di sapere ciò che non si sa? E io, cittadini, proprio in questo differisco forse dai molti; e se cosa ci è, per la quale io affermerei essere piú sapiente di alcuno, questa è, che come non so delle cose dell'Ade, cosí anche credo di non saperne; ma il fare ingiustizia e il disubbidire a uno migliore, o Dio o uomo, che mala cosa è, e brutta, so io. Giammai non temerò dunque né fuggirò quello che non so se sia un bene, ma sí piú tosto i mali che so essere mali. Onde se anche mi lasciaste ora non dando retta ad Anito (a lui che disse non bisognava che qua io entrassi, ma, entrato, necessità era uccidermi, annunziandovi che se mai io campassi, seguitando gli insegnamenti di Socrate tutti i vostri figliuoli sarebbero tutti guasti); e se mi diceste anche: - O Socrate, ad Anito noi non diamo retta e ti lasciamo, a questo patto, che non passi piú il tempo in fare di quelle investigazioni, che piú non filosofeggi; se no, se ti cogliamo, morirai -; se, come dico, mi lasciaste, ma a questo patto, io vi direi - Miei cari Ateniesi, vi saluto, e piuttosto ubbidirò a Dio, che a voi; e insino a che io ho fiato e forze non cesserò di filosofare e di dare avvertimenti e consigli a voi e a chiunque mi avvenga, dicendo come son solito: "O ottimo uomo, tu che sei Ateniese, e di una gran città e gloriosissima per sapienza e possanza, non ti vergogni di aver cura delle tue ricchezze acciocché quanto si può elle si multiplichino, e della riputazione e dell'onore; e non avere poi cura e sollecitudine della sapienza e della verità, e dell'anima, acciocché, quanto si può, buona ella divenga?" E se alcuno di voi mi oppone che ben egli ne ha cura, nol lascerò cosí tosto, non anderò via, ma lo interrogherò, ed esaminerò, ed iscruterò; e se mi pare ch'ei non possieda la virtú, pur dicendo di sí, lo riprenderò perocché ha a vile ciò che è pregevolissimo, e ha in pregio ciò ch'è vilissimo. E questo fo con giovani e vecchi, in chiunque mi avvenga, con forestieri e cittadini; e piú con voi cittadini, perché mi siete prossimi piú voi di nascita. Ché sappiate, questo mi comanda l'Iddio; e io credo che niuno maggior bene abbia la città vostra, che questo ministerio che fo all'Iddio, questo mio andare attorno non facendo altro che confortar voi, e giovani e vecchi, a non prender cura né de' corpi né delle ricchezze né prima né piú dell'anima, acciocché, quanto si può, ella divenga buona; dicendo che non da ricchezza viene virtú, ma sí da virtú vien ricchezza ed ogni altro bene, e ai cittadini e alla città. E se, dicendo cotesto, corrompo i giovani, pernicioso è quello che io dico; ma se alcuno afferma che, non cotesto, ma sibbene altro insegno io, afferma quel che non è -. E soggiungerei: - Ateniesi, diate retta ad Anito, o no; mi assolviate, o non mi assolviate; io non farò altrimenti, né anche se molte volte io avessi a morire.

XVIII.

Non rumoreggiate, Ateniesi, per quel che dico, ma state quieti a udire come vi ho pregato; ché, udendo, penso che ne riceverete giovamento. Perché altre cose vi ho a dire io, che forse vi faran gridar forte: ma no, state quieti. Via, sappiate che se ucciderete me son quale dico, piú che me, danneggerete voi medesimi. A me non farebbe niuno danno né Meleto né Anito; ché non potrebbero; imperocché, secondo che credo io, non è lecito che il piú buono possa essere danneggiato dal piú tristo. Ucciderebbe egli, o caccerebbe in bando, o disonorerebbe; ché forse le dette cose egli e alcun altro credono grandi mali; ma io no, male piuttosto è fare quello che costui fa, tentare di uccidere ingiustamente un uomo. Dunque io non difendo ora me per me, come penserebbe alcuno, ma per voi; acciocché condannando me, non pecchiate contro il dono di Dio. In vero, se mi ucciderete, non vi sarà agevole cosa (la dirò anche se fo ridere) trovare un altro come me, messo da Dio addosso alla città come addosso a grande e generoso cavallo, ma per la grandezza un poco sonnolento e abbisognoso di essere destato da sprone: ché con tale ufficio direi che Dio ha deputato me alla città, me che scotendo, persuadendo, rampognando, vi sto tutto il dí addosso. Sí, cittadini, un altro come me non vi nascerà facilmente; e voi, se mi date retta, mi risparmierete. Ma forse, da subita ira presi come sonnecchianti desti per forza, tirando calci, dando retta ad Anito, uccidereste leggermente, e consumereste la rimanente vita dormendo, se pure l'Iddio non mandasse alcun altro, avendo di voi cura. E che io sia alla città un dono di Dio, potete intendere considerando che non par cosa umana che abbia trascurato i fatti miei, la mia casa, già è tanti anni, e curi i fatti vostri stando ai fianchi di ciascuno predicando virtú, come padre o come fratello piú vecchio. E se da questi conforti e consigli mia utilità ne traessi, se ne ricevessi mercede, ci sarebbe una ragione. Ma vedete anche voi, che gli accusatori, pur accusandomi di tante altre cose spudoratamente, non hanno avuto tanta spudoratezza da addurre testimoni che io abbia patteggiato mai o dimandato mercede. Ma io un buon testimone credo di avercelo, che io dico vero, la povertà.

XIX.

Ma parrà strano che io dia consigli in privato andando attorno e affaccendandomi; e non ardisca montar su e in pubblico dare consigli alla città, in cospetto del popolo. La cagione l'avete da me udita molte volte: cioè, ch'ei m'avviene un che divino e demoniaco, come disse nella querela anche Meleto, pigliandosene gioco. Ed è una cotale voce, che, sino da fanciullo, sento io dentro. E tutte le volte che io la sento, mi svolge da quello che son per fare: sospingere, non sospinge mai. Ella mi si oppone che non metta mano nelle cose della città; e mi par che a ragione. Perché, Ateniesi, sappiate bene che se da un pezzo ci avessi messo mano, da un pezzo sarei morto, e non avrei niente giovato né a me né a voi. Non mi andate in collera, se dico il vero; ché uomo non si salva, chiunque sia, a voi o ad alcun'altra moltitudine generosamente contrastando e impedendo che cose ingiuste siano fatte nella città, e contrarie alle leggi; ed è necessità a chi combatte per la giustizia che non viva egli in pubblico, se pur vuole salvarsi per picciol tempo, ma sí privatamente.

XX.

E di ciò vi arrecherò grandi prove io medesimo: parole no, ma sí ciò che apprezzate voi, fatti. Udite dunque quel che m'avvenne, acciocché sappiate che io né cederei a nessuno contro giustizia, per paura di morte, né se morire dovessi subitamente per non cedere. Vi dirò cose giudiziali; dolorose, ma vere. Io non ebbi mai, Ateniesi, alcun maestrato in città; sí fui un del Consiglio. E avvenne che quei della mia tribú Antiochide facessero da Pritani quando voi i dieci capitani che non recuperarono i naufraghi e i morti della battaglia navale voleste giudicare tutti insieme, contro legge, come, passando tempo, vi foste accorti voi medesimi. Allora io solo dei Pritani mi fui opposto a voi acciocché nulla fosse fatto contro le leggi; e votai contro. E già gli oratori lesti a interdirmi, menarmi in carcere; incorandoli, gridando voi: ma io pensai meglio mettermi in pericolo con la legge e con la giustizia, che con voi starmene deliberanti la ingiustizia, per paura di catene e di morte. E questo fu, reggentesi tuttavia la città a popolo. Venuta la oligarchia, un dí i Trenta, alla loro volta, mandarono chiamando certuni, e me, quinto, nella sala del Tolo; e comandarono che dovessimo menare via da Salamina Leonte il Salaminio, affinché morisse: e scelleratezze simili ne ordinaron molte e a molti, volendo quelli riempiere di colpe quanti piú potessero. E allora non a parole mostrai, ma sí a fatti (parrò rozzo), che non cale a me nulla della morte, proprio nulla; ma di non far cosa niuna ingiusta né empia, di questo mi cale bene assai. Perocché sí non mi spaventò quella signoria, contuttoché violenta, che cosa niuna ingiusta facessi: ché, usciti di quella sala, i quattro s'avviarono per Salamina e menarono Leonte; e io mi avviai a casa. E forse io era morto, se quella signoria non la cacciavan giú presto: e di questo che dico, eccovi molti testimoni.

XXI.


E credete che poteva durar tanti anni se io era in pubblici ufficii, sostenendo, come si conviene a dabbene uomo, il giusto, e di quello, com'egli è debito, facendo estimazione piú che di ogni altra cosa? Oh no! Ateniesi; né io né verun altro. E io per tutta la vita, e in pubblico, se feci mai cosa alcuna, tale apparirò, e tale in privato, come a niuno mai concedente nulla contro il giusto, chiunque fosse, a niuno, né anche di questi che i miei calunniatori chiamano miei discepoli. Io poi non fui maestro mai di alcuno: e se, parlando e badando io ai fatti miei, alcuno mi vuole udire, sia giovane sia vecchio, non ho detto no mai; né se mi dàn danaro in mano apro bocca, e se non me ne dànno, no; ma similmente e a ricco e a povero mi profferisco per interrogare se voglion rispondere e stare a udire quello che dico io. E o buono diventi alcuno di loro o no, dire che la cagione sono io non sarebbe giusto; io, che a niuno di loro né ho promesso mai d'insegnare né ho insegnato mai niuna dottrina: e se alcuno dice aver mai imparato o udito da me cosa privatamente, la quale tutti gli altri no, sappiate che non dice vero.

XXII.


Ma perché mai alcuni godono a passar con me il tempo? Voi, o Ateniesi, l'avete udito, e io vi ho detto la verità: essi godono a udire esaminare quelli che si credono sapienti e non sono. Certo ella è cosa non spiacevole. E, come io affermo, a me è stato commesso da Dio che facessi questo: per vaticinii, e per sogni, e per tutti quei modi che divino fato, in ordinar cosa alcuna a uomo, usati mai avesse. E queste, o Ateniesi, sono cose vere e ben si dimostrano: imperocché, se dei giovani quali corrompo io, quali io ho corrotto, bisognava, se alcuni di essi venuti su di anni conobbero che io a loro da giovani detti mali consigli, che, montati quassú, m'avessero accusato e preso di me vendetta; e non volendo essi, bisognava che padri, fratelli, congiunti, se mai quei di loro casa ricevettero da me alcun male, ora se ne ricordassero e se ne vendicassero. Molti di loro sono qui presenti; io li vedo: prima Critone, qui, della mia età e della mia tribú, padre di Critobulo, qui; poi Lisania, lo Sfettio, padre di Eschine, qui; e anche Antifonte qui, il Cefisiano, padre di Epigene. E questi altri qui, i fratelli dei quali conversarono meco: Nicostrato, il figliuolo di Teozotide, fratello di Teodoto (Teodoto poi è morto, e nol pregherà che stia zitto); e Paralo, qui, il figliuolo di Demodoco, del quale era fratello Teagete; e questo Adimanto, figliuolo di Aristone, del quale è fratello questo Platone, qui; ed Eantodoro, del quale è fratello Apollodoro, qui: e vi posso nominare altri molti, alcuno dei quali bisognava bene che Meleto messo avesse innanzi come testimonio, nella sua orazione. E se allora se ne fu dimenticato, lo metta innanzi ora; io gli cedo il luogo; se li ha, parli. Ma, cittadini, troverete tutto il contrario, tutti pronti ad aiutare me, il corrompitore, colui che ha fatto male a quelli di loro casa, come dicono Meleto e Anito. Forse i corrotti avrebbero alcuna ragione di aiutarmi; ma i non corrotti, uomini già vecchi, parenti loro, quale altra ragione hanno, aiutandomi, se non la diritta e la giusta, la quale è, che Meleto essi sanno che mentisce, e che io dico vero?

XXIII.

Via, gli argomenti sono su per giú questi, che io avrei per difendermi, e forse altri simili. E tosto si sdegnerebbe alcuno di voi se si ricordasse che, combattendo per cause di minor momento di questa mia, egli pregò e supplicò i giudici con molte lacrime, menando quassú i suoi piccoli figliuoli acciocché quelli a grande commiserazione movesse, e molti altri famigliari e amici; vedendo che io, ancoraché paia essere nello estremo pericolo, non fo nulla di tutto questo. Ciò pensando, e tosto, siccome punto da me, stizzito, con istizza gitterebbe il voto nell'urna. Ora se alcuno di voi è cosí disposto (non affermo che sia, se è), mi par che io direi convenevolmente, dicendo cosí a lui: - O ottimo uomo, parenti ho anch'io (e qui fa quello che dice Omero: "né di quercia son nato né di pietra, ma di uomini"): parenti ho, e figliuoli; tre, uno giovinetto, e due fanciulli; e pur non menerò quassú niun di loro per pregare che mi assolviate. Ciò non farò io. E perché? Non per orgoglio, o Ateniesi, né per disprezzo di voi (quanto alla morte, se la guardo con coraggio in viso o no, gli è un altro discorso), ma sí perché non mi par bello, per la riputazione mia e vostra e di tutta la città, ciò fare: in quest'età poi, con il nome che ho, vero o falso che sia; ché tutti credono in qualche cosa Socrate essere pur differente dagli altri uomini. Or se cosí fossero quelli che o per sapienza o fortezza o qualsiasi altra virtú paiono segnalarsi tra voi, sarebbe vergogna. E di questi tali io ne ho veduto tante volte (che pur parevano essere alcun che) far cose da maravigliare quando li giudicavano i giudici, credendo come avere a patire assai orribil cosa se morivano, come se, non uccidendoli voi, sarebbero stati immortali. Essi mi pare che alla città facciano vergogna, sí che alcun forestiero supporrebbe che quelli segnalati in virtú tra il popolo ateniese, i quali ei presceglie ai magistrati ed agli altri onori, questi niente differiscano dalle donne. Non conviene dunque fare tali cose né anche noi che mostriamo di valere un poco; né a voi si converrebbe tollerarle, se le facessimo; anzi dovreste far chiaro che colui condannereste molto piú, il quale componesse di cotesti pietosi drammi facendo ridicola la città, che non colui il quale quieto se ne rimanesse.

XXIV.

E, lasciando la riputazione, né mi par giusto il pregare il giudice, né pregando procurar suo scampo, ma sí informare e persuadere lui: imperocché non per cotesto siede il giudice, per dispensar graziosamente i diritti, ma sí per giudicare di quelli; e giurò egli non di favoreggiare chi a lui paresse, ma sí di sentenziare secondo le leggi. Dunque non conviene né che noi avvezziamo voi a spergiurare, né voi voi medesimi; ché pii non saremmo né voi né noi. Onde non vogliate, o Ateniesi, che io faccia cotali cose verso voi, quali né reputo belle, né giuste, né sante: specialmente io accusato di empietà, per Giove, da questo Meleto qui. Imperocché egli è manifesto che se persuadessi voi e con il pregare voi sforzassi, i quali avete giurato, io insegnerei a voi a non credere che ci siano Iddii; e proprio in quel che mi difendo di cotesta accusa, mi accuserei da me medesimo che negl'Iddii non credo. Ma no, non è cosí; io credo, Ateniesi, come niuno dei miei accusatori; e lascio a voi, e a Dio, che giudichiate di me nel modo che sarà meglio per me e per voi.

(FU GIUDICATO COLPEVOLE).


XXV.

Di questo ch'è avvenuto, che voi, o Ateniesi, mi avete condannato, per molte ragioni non mi sdegno, e specialmente perché mi è giunta non inaspettata la cosa; anzi mi maraviglio assai del numero di voti dell'una e dell'altra parte, perché non mi pensava che avesse a essere differenza cosí poca, ma sí bene molta. Ma ora si vede che se soli trenta voti fossero caduti giú nell'altra urna, scampava io. Ma, anche cosí, da Meleto sono scampato; non pur scampato, ma è manifesto a ognuno che, se non fosse montato quassú Anito e Licone, ei dovea pagar mille dramme, per non aver egli avuto la quinta parte dei voti.

XXVI.

Colui vuole dunque la mia morte? Sia. Ma che pena mi assegnerà da me, o Ateniesi? È chiaro: quella che merito. E quale pena debbo patire o pagare io, perciò che in mia vita non mi quietai mai dalla voglia di apprendere; perciò che non curando di quel che i piú curano, danaro, governo della casa, esser capo di milizia o capopopolo, e gli altri maestrati; e non curando delle congiurazioni e sedizioni nella città, giudicandomi di piú temperato animo che non si convenisse perché, immischiandomici dentro, salvo rimanessi, là non andai, dove andando non poteva giovar niente né a voi né a me, ma dove poteva fare a ciascuno privatamente il maggior benefizio, là andai; provandomi di persuadere ciascun di voi che non dovesse curare delle sue cose prima che di sé medesimo, acciocché buono divenisse e savio quanto potesse, né delle cose della città prima che della città, e via via a questo modo? Adunque quale pena merito io, se sono cosí? non pena, ma premio, se io mi devo assegnare quel che in verità merito: e un premio che mi convenga. E che si conviene a povero e pur benefico uomo, il quale ha bisogno di non intendere ad altro che a confortare voi al bene? Nulla è piú che si convenga, come l'essere cotale uomo nutricato nel Pritanéo; molto piú che se alcun di voi con cavallo o biga o quadriga vinto avesse nei giochi olimpici. Imperocché quello vi fa parer felici, io vi fo essere; e quello non ha niente bisogno di cibo, io sí. Se mi devo dunque assegnare quel che merito, questo mi assegno: vitto nel Pritanéo.

XXVII.

Dicendo cosí, vi parrà forse che io dica per quel sentimento medesimo che quando ho detto della commiserazione e supplicazione, per orgoglio. Ma ciò non è, Ateniesi; piuttosto è che io sono persuaso che mai non ho fatto torto a nessuno volontariamente; ma di questo non persuado voi, perocché poco tempo è che conversiamo insieme. Ché se presso voi fosse una legge, com'è presso altre genti, che non si possa giudicare della morte in un solo dí, ma sibbene in molti, sareste persuasi, credo: ora in sí picciol tempo non è facil cosa dissipare grandi calunnie. Ma persuaso io di non aver fatto torto a nessuno, non ho voglia né anche di fare torto a me medesimo e dire contro me che son degno di patire del male, e condannarmi da me. E per paura di che? che non riceva la pena che vuol Meleto, la quale, dico, non so se è male né se è bene, e per scegliermi in cambio qualche pena la quale so essere male davvero. E quale? la carcere? E perché devo vivere in carcere, sommesso al sovrastante magistrato, agli Undici? Danari forse? e stare in ceppi insino a che non avrò pagato? Ma gli è il medesimo che la carcere, ché danari da pagare non ne ho. Mi condannerò all'esilio? e forse mi condannereste voi a questa pena. Ma dovrei essere accecato dall'amore della mia anima, o Ateniesi, se fossi sí irragionevole che non potessi ragionare cosí: che se voi, che pure siete miei cittadini, non siete stati buoni di sopportare la mia conversazione e i miei discorsi, ma vi furon gravi e odiosi tanto, che cercate di liberarvene; come li sopporteranno gli altri? Oh no! E poi la bella vita che farei io, a questa età, tramutarmi sempre d'una città in altra, sempre cacciato via? perché so bene che dovunque vada, se io parlo, mi ascolteranno, come qui, i giovani: e se non li voglio, essi mi cacceranno via, persuadendo a ciò fare i vecchi; e se li voglio, mi cacceranno via i padri e parenti loro, per cagion di loro.

XXVIII.

Dirà forse alcuno: - Ma non sei buono, Socrate, di vivere tacendo, stando quieto dopo andatone via da noi? - Ma fare intendere ad alcuni di voi questo, è la piú malagevole cosa: perché se dico che questo è disubbidire all'Iddio, e che è impossibile che me ne stia quieto, pensando che io voglia ironeggiare non mi crederete voi; e se dico ch'è grandissimo bene a un uomo far ogni dí ragionamenti su la virtú e quelli argomenti su i quali mi udivate conversare ed esaminare me e gli altri (la vita senza esame è indegna di uomo); se dico questo, tanto meno mi crederete voi. E pure cosí è, come dico; ma non è cosa facile persuadervene. Ma, da altra parte, anch'io non mi sono assuefatto a credermi meritevole di alcun male. Onde se avea danari, mi multava in danari, quanti ce ne voleva; ché non me ne venia danno. Ma non ne ho: salvo che non vi contentiate di quel tanto che posso pagare io (una mina d'argento la potrei forse pagare). Dunque io multo me di tanto. Platone ch'è qui, Ateniesi, e Critone e Critobulo e Apollodoro vogliono che io mi multi di trenta mine, rimanendo essi mallevadori. Dunque io multo me di tanto. E v'entran mallevadori del denaro questi qui; persone delle quali ci è da fidarsi.

(FU CONDANNATO A MORTE).

XXIX

Per non aspettare un poco di tempo, voi, Ateniesi, nome avrete e biasimo da coloro che voglion vituperare la città, di avere ucciso Socrate, uomo sapiente: ché mi diranno sapiente, anche se non sono, quelli che vi voglion fare onta. La cosa vi veniva da sé, che io morissi, se aspettavate un poco: perché, guardate la età, come già è lontana dalla vita, e vicina alla morte. Ciò dico, non a tutti voi, ma sí a quelli che hanno votato la mia morte. E a questi stessi dico: - Credete, o Ateniesi, d'avermi colto di quei cotali argomenti sprovvisto con i quali poteva persuadere voi, se credeva che bisognasse dire e fare di tutto pur di scampare dalla condanna? Oh no! sprovvisto sí, non di argomenti, ma sí di audacia e impudenza e non disposto niente a parlare in quei tali modi a voi dolcissimi a udire, piangendo e lamentandomi e altre molte cose facendo e dicendo di me indegne, dico, ma quali a udire vi hanno avvezzato gli altri. Ma né allora io credeva che bisognasse far cosa niuna servile, per paura del pericolo, né ora mi pento di essermi cosí difeso; anzi piú assai volentieri scelgo di essermi difeso in questo modo, e morire, che non in quello, e vivere; perché né in tribunale e né anche in guerra non conviene, né a me né ad alcun altro, far di tutto pur di scampare della morte; perché è certo che molte volte in battaglia uno scamperebbe della morte o se gittasse le armi o se verso gl'inseguitori egli supplichevole si volgesse, e che ci è nei singoli pericoli molti modi per fuggire la morte sí veramente che dia il cuore di fare e dire ogni vile cosa. Ma, Ateniesi, badate non sia malagevole, non già questo, il fuggir la morte; ma sí malagevole piú assai il fuggire la malvagità, la quale corre piú veloce della morte. E ora io, sí come tardo e vecchio, colto fui da quella che è piú tarda; i miei accusatori, sí come piú gagliardi e feroci, da quella che è piú veloce. E io me ne vado, condannato da voi a essere morto; costoro, condannati dalla verità a essere malvagi e ingiusti; e io accetto la pena mia, e questi la loro. Dovea forse essere cosí, e credo che ciascuno ricevuto ha sua misura.

XXX.

E ora a voi, che m'avete votato contro, voglio vaticinare quel che vi succederà dopo, perché sono già nell'ora che piú gli uomini vaticinano, essendo presso alla morte. Dico, a voi che mi avete ucciso, che tosto caderà sopra voi vendetta, piú aspra molto, per Giove, che non quella che presa avete di me, uccidendomi. Ché voi avete fatto questo, immaginando liberarvi dal dover rendere ragione di vostra vita; ma vi succederà tutto il contrario, vi dico, perché accusatori contro voi se ne leveranno piú molti, i quali ratteneva io, non accorgendovene voi; e piú saranno aspri, e v'inriteranno piú, quanto piú sono giovani. Ché se pensate, uccidendo uomini, rattenere alcuno dal rampognare a voi la non diritta vita, pensate stoltamente: imperocché non è cotesta liberazione né possibile per niuno modo, né bella; ma quella è bellissima e molto agevole, che è, non in fare impedimento agli altri, ma sí in procurare di render quanto si può buoni sé medesimi. Dopo questo vaticinio fatto a voi che m'avete votato contro, mi accommiato da voi.

XXXI.

Ma con voi, che avete votato l'assoluzione, ragionerei volentieri di una cosa che m'è avvenuta, mentre i magistrati d'altro si occupano, e non è peranco l'ora di andare là dove mi aspetta la morte. Rimanete dunque con me, questo tempo: ché nulla vieta che noi conversiamo insieme, insino a tanto che è lecito: perché io voglio mostrare a voi, come ad amici, che significa mai quello che m'è avvenuto. M'è avvenuto, o giudici (chiamandovi giudici, parlo dirittamente) una certa cosa maravigliosa; perocché la solita vaticinatrice voce, quella del demone, tutto il tempo innanzi la sentiva io molto frequentemente, contrariandomi pure in piccole cose, se io stava per non far bene. Ma ora mi succedono cose, come voi stessi vedete, le quali si crederebbero e si credono gli estremi mali, e nondimeno né stamane uscendo di casa mi contrariò il segno dell'Iddio, né salendo qua in tribunale, né mentre difendevami qualunque cosa fossi per dire, benché, parlando altre volte, sovente mi fermasse la parola a mezzo. Ma ora, durante questo processo, checché facessi o dicessi, non mi contrariò mai. Quale è la cagione, quella che penso io? Ve la dirò. E' pare che quel che m'è accaduto sia un bene, e non c'è caso che pensiamo dirittamente noi, quanti crediamo che il morire sia un male. Una gran prova è che non poteva il solito segno non contrariarmi, se io era per far cosa che non fosse buona.

XXXII.

E vediamo per questa altra via d'intendere come c'è da sperare molto che sia un bene. Imperciocché morire è una delle due cose: o come non esser nulla, e il morto non ha piú niuno sentimento di niuna cosa; o, secondoché dicono, è un cotal transito e tramutazione dell'anima di questo luogo qui ad un altro luogo. E se non c'è niuno sentimento, ed è come un sonno allora che dormendo non si vede né anche sogno niuno, sarebbe un guadagno maraviglioso la morte. Perciocché io penso che se mai alcuno scegliesse una tal notte, nella quale si fosse addormentato cosí profondamente ch'egli né anche veduto avesse alcun sogno, e contrapponendo a quella le altre notti e giorni di sua vita, ed esaminando, dovesse poi dire quante notti e giorni passati ha in sua vita meglio e piú dolcemente di quella; io penso che, non pure un privato uomo, ma altresí il gran Re queste troverebbe facili assai a contare in comparazione a tutti gli altri giorni e alle altre notti. E se tale è la morte, un guadagno essa è, io dico; imperocché cosí appare nulla piú essere tutto il tempo, che una notte. Se poi la morte è come peregrinazione di qua ad un altro luogo, e vero è tutto quel che si dice, che là abitano tutti i morti, quale maggior bene di questo potrebbe essere mai, o giudici? Imperocché se alcuno, pervenendo nell'Ade, liberatosi di questi che qua si dànno nome di giudici, troverà i veri giudici, i quali si dice che anche là giudicano, Minosse e Radamanto ed Eaco e Triptolemo, e tutti gli altri semidei i quali in vita loro furono giusti; forse che sarebbe da disprezzare cotale peregrinazione? o, al contrario, a qual prezzo non torrebbe qualunque di voi potere conversare con Museo e Orfeo e Esiodo e Omero? Morire molte volte voglio io, se tali cose sono vere. Oh la conversazione maravigliosa che là sarebbe la mia, quando mi abbattessi in Palamede, e Aiace di Telamone, e in alcun altro di quelli antichi, morti per ingiusto giudicio! Certo, a paragonare i casi miei ai loro, non mi dispiacerebbe; e specialmente, che è il meglio, a passare il tempo esaminando e perscrutando quei di là, come faceva questi di qua, e vedere anche tra quelli chi è savio, e chi crede di essere ma non è. Perocché, quanto non pagherebbe alcuno di voi, o giudici, se interrogare colui potesse che la grande oste menò contro a Troia, o Ulisse, o Sisifo, o tanti altri uomini e donne che potrei nominare io; e ragionare e conversare là con essi, ed esaminare? Tale beatitudine sarebbe ella, che forte cosa è a dire. Né mai avviene per cagione di cotesto esame che quelli di là uccidano; perocché, oltre alle altre cose onde piú felici sono quelli di là che questi di qua, quelli sono perpetuamente immortali, se vero è ciò che si dice.

XXXIII.

Ma dovete sperar bene anche voi, o giudici, in cospetto alla morte: e, se non altro, credere per vero solo questo: che a colui che è buono non accade male alcuno, né vivo né morto, e che gl'Iddii non trascurano le cose sue. Né quello che a me è avvenuto ora, è per caso: perocché chiaro vedo che il morire ed esser liberato dalle brighe del mondo per me era il meglio. Perciò non mi contrariò mai il segno dell'Iddio; e io stesso non sono niente in collera con quelli che m'han votato contro e con gli accusatori, quantunque non con questa intenzione m'avessero votato contro e accusato, ma sibbene credendo farmi del male. E in ciò sono da biasimare.

Ma ad essi io mi rivolgo ora, e cosí li prego:

I miei figliuoli, quando saranno giovani, castigateli, o cittadini, tormentandoli come io voi, se vi paiono piuttosto aver cura del danaro o d'altro, che della virtú: e se vi paiono voler mostrare d'esser qualche cosa non essendo nulla, svergognateli, come io voi, per ciò che non curano di quel che devon curare e si credono valere qualche cosa, non valendo nulla. Se ciò farete, avremo ricevuto da voi quello che giusto era che ricevessimo, io e miei figliuoli.

Ma già ora è di andare: io, a morire; voi, a vivere. Chi di noi andrà a stare meglio, occulto è a ognuno, salvoché a Dio.

H. P. BLAVATSKY: UN ESBOZO DE SU VIDA


H. P. BLAVATSKY:
UN  ESBOZO  DE  SU  VIDA
                                                                                 Por: JOSEPHINE RANSOM



            Helena Petrovna Blavatsky, una de las más notables figuras mundiales de fines del siglo XIX, fue demasiado revolucionaria y desafiante ante las ortodoxias que imperaban, ya se tratase de religión, ciencia, filosofía o psicología, como para permanecer ignorada. Fue una iconoclasta que hizo añicos las envolturas que ocultaban lo Real de lo ilusorio: pero la mayoría, aferrada a los convencionalismos e ignorante de la Verdad, la atacó e injurió por su temeridad y coraje al rasgar el velo de aquello que parecía una blasfemia revelar. Lenta pero seguramente los años la han vindicado. A pesar de ser ultrajada, ella se contentó con trabajar “al servicio de la humanidad” y demostró su sabiduría al dejar que las futuras generaciones juzgaran su magnífica obra .
            Helena Petrovna Hahn nació prematuramente en la medianoche entre el 30 y 31 de julio (según el calendario ruso el 12 de agosto) de 1831, en Ekaterinoslav, provincia de Ekaterinoslav, al sur de Rusia. Algunos raros incidentes que ocurrieron a la hora de su nacimiento y en oportunidad de su bautismo, hicieron que la servidumbre le presagiara una existencia tormentosa.
            Helena fue una niña indócil, descendiente de una larga línea de hombres y mujeres poderosos y altivos. La historia de su linaje es la historia de Rusia. Siglos atrás los nómadas eslavos erraban por las regiones del centro y parte oriental de Europa, y si bien tenían sus formas propias de gobierno, cuando se establecieron en Novgorod comenzaron a producirse entre ellos luchas internas a las cuales no lograban poner fin. Llamaron entonces en su ayuda a Rurik (862), jefe de una de las errantes tribus de “Russ”, hombres del norte o escandinavos, que buscaban extender su radio de influencia. Rurik estableció el primer gobierno civil en Novgorod, que se convirtió en un poderoso centro comercial para oriente y occidente. Él fue el primer soberano y reinó por espacio de quince años. Durante su vida su hijo Igor y su sobrino Oleg consolidaron su poderío en el oeste y en el sud del país; Kiev se convirtió en un gran principado, y el que gobernaba allí era virtualmente el soberano de Rusia. Al correr de los siglos los descendientes de Rurik se expandieron en son de conquista y dominio a través del país: Vladimiro I (muerto en el año 1015) escogió al Cristianismo como religión de su pueblo y el denominado “paganismo” desapareció. Yaroslao el Sabio (muerto en el 1034) estructuró los Códigos y “Derechos Rusos”. El sexto hijo de Vladimiro II (1113-25) fue Yuri, el codicioso o “dolgorouki”, apelativo éste que se mantuvo como un título de familia. Yuri fundó Moscú y su dinastía dio origen a los poderosos Grandes Duques que gobernaron y, como siempre, lucharon entre sí fieramente. En 1224 las hordas mogólicas aprovecharon esta falta de unión y dominaron a los grupos turbulentos, cada uno de los cuales envidiaba el poder y la posición del otro. Pero Iván III, un Dolgorouki, en el año 1480 rompió el yugo mogol, e Iván IV exigió ser coronado como Zar, arrogándose la autoridad suprema. Con su hijo terminó la larga y brillante dinastía Dolgorouki. No obstante, la familia todavía tuvo influencia en la época de los Romanoff hasta la muerte de la abuela de la señora Blavatsky, la talentosa y erudita Princesa Elena Dolgorouki que contrajo matrimonio con André Mikaelovitch Fadéef, el “mayor” de la línea de los Dolgorouki, de la cual los Zares Romanoff eran considerados una de las ramas más “jóvenes”.
            Como se ha visto, la familia de Helena era una de las de primer rango en Rusia, con tradición y dignidad a sostener y conocida a través de toda Europa. Helena fue una rebelde y desde su niñez se burló firmemente de los convencionalismos, aunque ella era lo suficientemente sensitiva como para comprender que sus acciones no debían afectar a su familia ni herir su honor. Su padre, el Capitán Peter Hahn, descendía de los viejos Cruzados de Mecklenburg, los Rottenstern Hans. Debido a que su madre, una ilustrada literata, murió cuando ella tenía once años, pasó Helena su niñez con sus abuelos, los Fadéef, en una vieja e inmensa mansión en Saratov que cobijaba a muchos miembros de la familia y a numerosos criados y asistentes por ser su abuelo Fadéef, gobernador de la provincia de Saratov.
            La naturaleza de Helena estaba fuertemente imbuida con una innata capacidad psíquica, tan poderosa que indudablemente constituía su más predominante característica. Ella sostenía y demostraba que tenía habilidad para comunicarse con los moradores de los mundos sutiles e invisibles y con los seres que para nosotros están “muertos”. Esta capacidad natural fue posteriormente disciplinada y desarrollada a través de toda su vida. Su educación sufrió la influencia de la posición social de su familia y de los factores culturales imperantes. Así ella fue una hábil lingüista y una brillante música, adquirió sentido científico y experiencia a través de su erudita abuela y heredó las facultades literarias que caracterizaban a la familia.
            En 1848, a la edad de 17 años, Helena contrajo matrimonio con el General Nicephore V. Blavatsky, gobernador de la provincia de Erivan, que era un hombre ya entrado en años. existen diversas versiones referentes al porqué de este casamiento, pero lo que se hizo evidente desde un primer momento fue que esta unión no agradó a Helena, pues después de tres meses ella abandonó a su marido y huyó a casa de sus familiares, quienes la enviaron a su padre. Mas, temerosa de que se la obligara a regresar con el General Blavatsky, volvió a escaparse, comenzando así sus años de vagabundeo y aventuras. A pesar de ello su padre mantuvo contacto con ella y la ayudó financieramente. Aparentemente ella se mantuvo alejada de Rusia el tiempo necesario como para hacer que la separación de su esposo fuera legal.
            En 1851 Helena, ahora Madame Blavatsky o H. P. B., encontró por primera vez físicamente a su Maestro, el Hermano Mayor o Adepto, que había sido siempre su protector y la había preservado de daños mayores en sus aventuras juveniles. A partir de ese momento ella se convirtió en su fiel discípula, totalmente obediente a sus indicaciones o directivas. Bajo Su guía aprendió a controlar y dirigir las fuerzas a las cuales se encontraba sometida en razón de su excepcional naturaleza. Esta conducción la llevó a través de experiencias de extraordinaria variedad dentro de los dominios de la magia y del ocultismo. Ella aprendió a recibir mensajes de sus Maestros y a transmitirlos a sus destinatarios, eludiendo valientemente cada peligro y mala interpretación en su camino. Seguir el rastro de sus peregrinajes durante el período de su aprendizaje, es verla a ella trabajando a través de todo el mundo. Parte de este tiempo lo pasó H. P. B. en las regiones del Himalaya, estudiando en monasterios en los cuales se han preservado las enseñanzas de algunos de los más eruditos y espirituales Maestros de los tiempos pasados. Ella estudió la Vida y las Leyes de los mundos internos y las reglas que deben cumplirse para ganar el acceso a los mismos. Como testimonio de esta etapa de su entrenamiento esotérico, nos ha dejado una exquisita versión de axiomas espirituales en  su libro The Voice of the Silence (La Voz del Silencio).
            En 1873, H. P. Blavatsky fue a los Estados Unidos de América para realizar la obra que le había sido encomendada. Para cualquier espíritu menos valeroso, esto hubiera parecido irrealizable, pero ella, una desconocida mujer rusa, irrumpió en el movimiento Espiritista que entonces conmovía tan profundamente a América y en menor grado a otros países. Las mentes científicas estaban ansiosas de descubrir el significado de los extraños fenómenos y les resultaba difícil encontrar el camino en el enorme conjunto de fraudes y engaños existentes. De dos maneras trató H. P. B. de hallar una explicación a los mismos, o sea: 1) por la demostración práctica de sus propios poderes; y 2) declarando que existía un antiquísimo conocimiento de las más profundas leyes de la vida, estudiado y preservado por aquellos que podían usarlo con seguridad y para realizar el bien, seres que en sus más altos rangos recibían la denominación de “Maestros”, aunque también otros títulos eran usados por Ellos, como ser Adeptos, Chohans, Hermanos Mayores, la Jerarquía Oculta, etcétera.
             Para substanciar sus declaraciones, H. P. B. escribió Isis Unveiled (Isis sin Velo), en 1877, y The Secret Doctrine (La Doctrina Secreta), en 1888, obras ambas transmitidas a ella por los Maestros. En Isis Unveiled arrojó valerosamente el peso de la evidencia recogida por ella en las escrituras del mundo y otros registros, en los aspectos relativos a la ortodoxia religiosa, el materialismo científico, las creencias ciegas, el escepticismo y la ignorancia. Ella tropezó con la injuria, pero el pensamiento del mundo fue afectado e iluminado.
            Cuando H. P. B. fue “enviada” a los estados Unidos, una de sus tareas más importantes fue la de constituir una Sociedad, la cual fue denominada durante su formación  THE THEOSOPHICAL SOCIETY (Sociedad Teosófica) y tenía por objeto “recoger y difundir el conocimiento de las leyes que gobiernan el Universo” . La Sociedad invitaba a “la fraternal cooperación de todos los que pudieran comprender la importancia de su campo de acción y tuvieran simpatía por los objetivos para los cuales había sido organizada” . Esta “cooperación fraternal” llegó a convertirse en el primero de los Tres Propósitos de la labor desarrollada por la Sociedad, los que por muchos años han sido enunciados como sigue:
            Primero:   Formar el núcleo de una Fraternidad Universal de la Humanidad, sin distinción de raza, creencia, sexo, casta o color.
            Segundo: Fomentar el estudio comparativo de la Religión, la Filosofía y la Ciencia.
            Tercero:   Investigar las leyes inexplicables de la Naturaleza y los poderes latentes latentes en el hombre.
Se le encomendó a Madame Blavatsky persuadiera al Coronel Henry Steel Olcott para que cooperara con ella en lo concerniente a la formación de la Sociedad. Él era un hombre altamente apreciado y muy conocido en la vida pública de América, y tanto él como H. P. B. sacrificaron todo con el fin de desarrollar la tarea que los Maestros les habían  confiado.
            Ellos fueron a la India en 1879 y allí establecieron los primeros fundamentos firmes de su labor. La Sociedad se expandió rápidamente de país en país, fuertemente apoyada por los hombres y mujeres para quienes habían resultado convincentes su afirmación de servicio a la humanidad, la amplitud de su plataforma, la claridad y lógica de su filosofía y la inspiración de su guía espiritual. H. P. B. fue investida por los Maestros con la responsabilidad de impartir la Doctrina Secreta o teosofía al mundo - ella fue la suprema instructora; y al Coronel Olcott le fue delegada la terea de organizar la Sociedad, lo que realizó con notable éxito. Por supuesto estos pioneros hallaron oposición e incomprensión, especialmente H. P. B., pero ella estaba preparada para cualquier sacrificio. Así ella había escrito en el Prefacio de LA DOCTRINA SECRETA: “Estoy acostumbrada a las injurias, me hallo en relación diaria con la calumnia, y ante la maledicencia me sonrío con silencioso desdén”.
            El período más efectivo y brillante de la vida de H. P. B. fue posiblemente el que pasó en Inglaterra entre 1887 y 1891. Ya habían pasado en parte los efectos causados por el injusto Informe de la “Society for Psychical Research” del año 1885, acerca de los fenómenos que ella producía, como asimismo los de los ataques de los misioneros cristianos de la India. A su incesante tarea de escribir, editar y atender la correspondencia, se agregaba la tarea de instruir a sus discípulos para capacitarlos en la prosecución de su obra. A este fin ella organizó, con la aprobación oficial del Presidente (el Coronel Olcott), la Sección Esotérica de la Sociedad Teosófica. En el año 1890 más de un millar de miembros de muchos países se encontraban bajo su dirección.
            LA DOCTRINA SECRETA se define por sí misma a través de su título, y “no expone la Doctrina Secreta en su totalidad, sino un número seleccionado de fragmentos de sus principios fundamentales”. 1) Ella indica: que puede lograrse una percepción de las verdades universales a través de la comparación de la Cosmogénesis de los antiguos; 2) proporciona una guía para revelar la verdadera historia racial de la humanidad; 3) levanta el velo de la alegoría y del simbolismo para revelar la belleza de la Verdad;  4) presenta al intelecto anhelante, a la intuición y a la percepción espiritual, los “secretos” científicos del Universo para su comprensión. Ellos siguen siendo secretos hasta tanto no sean comprobados.
            H. P. B. falleció el 8 de mayo de 1891 y dejó a la posteridad el gran legado de algunos de los más elevados pensamientos jamás presentados al mundo. Ella abrió las por tanto tiempo cerradas puertas de los Misterios, reveló una vez más la verdad sobre el Hombre y la Naturaleza y dio testimonio de la presencia sobre la tierra de la Jerarquía Oculta que guarda y guía al mundo. Ella es reverenciada por muchos millares, porque ella fue y es un faro que ilumina la senda a las alturas a las cuales todos deben  ascender.
           
                                                                                    JOSEPHINE RANSOM
Adyar, 1938.
(Traducido por J. D. y E. R. D.)



domingo, 26 de enero de 2014

EL DISCURSO DEL FUEGO


EL DISCURSO DEL FUEGO*

Plática por el Venerable U Silananda
Traducción española Bertha Imaz
Editado por Ronald Martínez-Lahoz



Hoy examinaremos el discurso sobre el fuego. El nombre del discurso (sutta) en pali es Adittapariyaya Sutta y significa el discurso sobre lo que está ardiendo. Fue ofrecido ante mil monjes (bhikkhus), siendo uno de los primeros discursos ofrecidos por Buddha.

Buddha pronunció su primer discurso durante la luna llena de julio, al principio de la estación de las lluvias. Él permaneció durante la estación de las lluvias en Benares, en el Parque de los Ciervos. Muchos miembros de los clanes acudieron a donde estaba Buddha, se ordenaron como monjes, y alcanzaron el estado de Arahants. Cuando hubo un total de sesenta y un Arahants en el mundo, Buddha los envió a diferentes lugares para el bienestar, beneficio y  felicidad de muchos. Envió a estos monjes a enseñar su doctrina (Dhamma) a la gente.

Después del período de las lluvias (vassa) fue a un lugar llamado Gayasisa. Allí estaban tres hermanos que eran ascetas. El mayor tenía quinientos seguidores ascetas, el del medio trescientos, y el más joven doscientos. Entre todos tenían un total de mil seguidores. Estos ascetas eran adoradores del fuego. Buddha fue a donde estaban ellos para enseñarles y hacer posible que pudieran realizar la verdad. Al principio no pudo convencerlos de que todavía no eran Arahants pues estos ascetas pensaban que ya lo eran. A pesar de que había ido a donde se encontraban, y les había mostrado algunos prodigios, aún pensaban que eran Arahants, y que el Buddha no lo era. Así, Buddha tuvo que mostrarles muchos prodigios hasta que comprendieron que todavía no eran Arahants. Se convirtieron en sus discípulos y fueron admitidos en la Orden.

Cuando se reunieron los tres hermanos y los mil monjes recién ordenados, Buddha les ofreció este discurso, el Discurso del fuego. Era apropiado que Buddha les transmitiera este discurso porque ellos eran adoradores del fuego, tal vez un fuego para sacrificios.

“Esto es lo que he escuchado”. Cuando el Venerable Ananda comunicó este Sutta en el Primer Concilio Buddhista, él dijo: Esto es lo que he escuchado: En una ocasión el Bendito estaba viviendo en Gayasisa, en Gaya, con mil bhikkhus. Allí se dirigió a los bhikkhus: ‘bhikkhus, todo está ardiendo. ¿Qué es ‘todo’ lo que está ardiendo? bhikkhus, el ojo está ardiendo, las formas visuales están ardiendo, la conciencia visual está ardiendo, la sensación visual está ardiendo. También está ardiendo toda sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que arde con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, la lamentación,  el dolor,  la aflicción y la desesperación.

El oído está ardiendo, los sonidos están ardiendo, la conciencia auditiva está ardiendo y la sensación auditiva está ardiendo. También está ardiendo toda sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión auditiva.  ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con  el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, la lamentación, el dolor, la aflicción y la desesperación.

La nariz está ardiendo, los olores están ardiendo, la conciencia olfatoria está ardiendo y la sensación olfatoria está ardiendo. También  está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión olfatoria. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo  con el fuego de la pasión, ardiendo  con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

La lengua está ardiendo, los sabores están ardiendo, la conciencia gustativa está ardiendo y la sensación gustativa está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión gustativa. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

El cuerpo está ardiendo, las cosas tangibles están ardiendo, la conciencia táctil está ardiendo y la sensación táctil está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión táctil. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con la desesperación.

La mente está ardiendo, los objetos mentales están ardiendo, la conciencia mental está ardiendo y la impresión mental  está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión mental. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión, ardiendo con el fuego del odio, ardiendo con el fuego de la ignorancia. Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, con la lamentación, con el dolor, con la aflicción, con  la desesperación.

bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve ecuánime con respecto al ojo, se vuelve ecuánime con respecto a la forma visual, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia visual y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión visual. También se vuelve ecuánime con respecto  a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.

Se vuelve ecuánime con respecto al oído, se vuelve ecuánime con respecto a los sonidos, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia auditiva y con respecto a la impresión auditiva. También  se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de impresión auditiva

Se vuelve ecuánime con respecto a la nariz, se vuelve ecuánime con respecto a los olores, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia olfatoria y llega a la ecuanimidad con respecto a la impresión olfatoria. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión olfatoria.

Se vuelve ecuánime con respecto a la lengua, se vuelve ecuánime con respecto a los sabores, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia gustativa y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión gustativa. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión gustativa.

Se vuelve ecuánime con respecto al cuerpo, se vuelve ecuánime con respecto a las cosas tangibles, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia táctil y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión táctil. También se vuelve ecuánime con respecto a la sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión táctil.

Se vuelve ecuánime con respecto a la mente, se vuelve ecuánime con respecto a los objetos mentales, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia mental y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión mental. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión mental.

Se desapega al ser ecuánime. Se libera a través del desapego. Con la liberación está el conocimiento de que se ha liberado. Comprende que el nacimiento ha sido consumido, que ha vivido la vida de santidad, que ha sido hecho todo lo que había que hacer. No hay más nada que hacer.

Esto dijo el Bendito. Los bhikkhus se alegraron y se regocijaron con sus palabras. Las mentes de aquellos mil bhikkhus fueron liberadas de impurezas sin apego mientras pronunciaba este discurso.

Buddha utilizaba diferentes métodos o formas de presentar los asuntos cuando enseñaba a la gente, cuando pronunciaba estos discursos. Esto es lo que ha sido llamado ‘elegancia en la presentación’, algo peculiar solamente de los Buddhas. Buddha conocía los temperamentos de sus oyentes y para adaptarse a ellos usaba distintos métodos en sus diferentes discursos (suttas). Esta es la razón por la que variaban las formas de presentación en sus enseñanzas. En un discurso (sutta), un cierto dhamma puede ser llamado impureza y en otro grillete o torrente, o atadura o tendencia latente, etc.  Así que a la misma clase de dhamma le daba diferentes nombres de acuerdo a los temperamentos de sus oyentes.

Buddha habló en este discurso acerca de lo que está ardiendo. En este discurso algunas de las impurezas son llamadas ‘fuego,’ aquello que quema. Primero el Buddha dijo, “El ojo está ardiendo, las formas visuales están ardiendo, la conciencia está ardiendo y la sensación visual está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.” Buddha dijo que todo está ardiendo. Los ojos están ardiendo, las formas visuales están ardiendo. La conciencia visual, la conciencia de ver y la sensación visual está ardiendo. La impresión visual significa lo que nosotros llamamos ‘contacto’. En los cincuenta y dos factores mentales esto se conoce como phassa.  El contacto que acompaña la conciencia visual también está ardiendo. También está ardiendo cualquier sensación (vedana) que acompaña la conciencia de ver. Esa sensación puede ser placentera, dolorosa o neutra. Tenemos sensación placentera cuando vemos cosas que queremos ver. Tenemos sensación dolorosa cuando vemos cosas que no queremos ver. Tenemos sensación neutral cuando vemos cosas que ni queremos ni no queremos ver. En un momento puede haber una sensación agradable, una sensación dolorosa, o una sensación neutra. Buddha dijo que esta sensación también está ardiendo.

¿Ardiendo con qué? Cuando Buddha dijo que el ojo está ardiendo y las formas visuales están ardiendo etc. estamos tentados a preguntar: ¿Ardiendo con qué? Nosotros no vemos fuego en el ojo, ni en la forma visual, ni en los demás. Buddha dijo que están ardiendo con el fuego de la pasión, con el fuego del odio, con el fuego del engaño, en pali: lobha, dosa y moha. Cuando la conciencia visual o la conciencia de ver está acompañada por codicia, deseo o apego se dice que está ardiendo con lobha, está ardiendo con codicia, está ardiendo con deseo, está ardiendo con apego.

Experimentamos cólera o surge odio en nosotros cuando vemos algo que no queremos ver o que detestamos ver. Cuando nuestra conciencia de ver está acompañada por odio o cólera, se dice que esa conciencia está ardiendo con odio, arde con dosa. El fuego de la ignorancia es moha y siempre está acompañada de pasión y odio. Siempre que hay pasión hay también ignorancia. La ignorancia siempre está presente con los tipos de conciencias insanas. Algunas veces no tenemos ni pasión ni odio, sólo ignorancia. Entonces se dice que la  conciencia visual está ardiendo con ignorancia, con moha.

Estos son los tres fuegos que queman nuestros ojos, queman  la forma visual y arden con la conciencia visual. Hay factores mentales que acompañan la conciencia visual. Uno de ellos es el contacto o phassa. Éste también está ardiendo porque está acompañado por la pasión, el odio o la ignorancia. Cuando hay contacto hay sensación porque la sensación nace del contacto. Esa sensación también está ardiendo porque está acompañada por pasión, odio o ignorancia.

No solamente existen estos tres fuegos. Hay otros fuegos. “Yo digo que está ardiendo con el nacimiento, la vejez y la muerte; con el pesar, el lamento, el dolor, la aflicción y la desesperación.” También se dice que está ardiendo con el nacimiento o el renacer porque causa dolor. Es la fuente del dolor y del sufrimiento.

Se arde con la vejez pues todo se torna viejo, todo cambia y envejece. El proceso de envejecimiento oprime todo, así que se dice que todo arde con la vejez. Se arde con la muerte pues en cada momento se desaparece. En cada momento hay cesación. ‘Muerte’ significa no solamente la muerte al final de la vida, sino en cada momento cuando las cosas desaparecen, cuando los fenómenos mentales y físicos cesan. Todo es oprimido por la muerte, la desaparición, la disolución. Así que se dice que está ardiendo con la muerte.

Algunas veces decimos que arde con pesar. Tenemos pesar cuando alguien querido por nosotros muere. En ese momento ardemos con pesar. Otras veces lloramos. Cuando esto ocurre ardemos con lamentaciones. A veces tenemos dolor corporal, entonces, en tal momento ardemos con dolor. Otras veces tenemos dolor mental. Cuando esto ocurre ardemos con aflicción. Otras veces nos desesperamos por algo. En ese momento ardemos con desesperación.

Se dice que todas estas cosas; el ojo, la forma visual, la conciencia de ver, el contacto y la sensación arden con estas once clases de fuegos. ¿Pueden nombrar los once? Éstas son;  pasión, odio, ignorancia, nacimiento, vejez, muerte, pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación. Estas once son llamadas ‘las once clases de fuego’. Todo en el mundo se está quemando con una o más de estas once clases de fuego.

El ojo arde porque las propiedades físicas que hacen al ojo siempre están cambiando, surgiendo y desapareciendo. Surge una nueva propiedad material y entonces desaparece. Así  que el ojo arde  con el nacimiento, la vejez y la muerte. La conciencia arde con pasión, odio, ignorancia, pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación. Todo arde en este mundo.

Podrán pensar que es deprimente saber que todo está ardiendo. Mucha gente tiene la impresión de que el buddhismo solamente enseña y se interesa en el dolor. Piensan que los buddhistas sólo hablan acerca del  sufrimiento. El buddhismo habla acerca del origen,  la cesación y el camino para salir del sufrimiento.

Buddha es como un médico. Cuando un médico examina a una persona y encuentra que está enferma, le dice que tiene tal o cual enfermedad. No podemos acusar al médico de ser pesimista al decir esto porque sólo está expresando un hecho. La persona está enferma y debe ser cuidada. En la misma forma, Buddha quiso apuntar a un  hecho cuando expresó que todo está ardiendo. Este hecho no puede ser evitado, ocultado o escondido. Cuando Buddha dijo que todo está ardiendo estaba expresando un hecho, la experiencia de la realidad. Todo arde  con el fuego de la pasión, el odio, la ignorancia y otras clases de fuegos.

“El oído está ardiendo. Los sonidos están ardiendo. La conciencia auditiva está ardiendo. La impresión auditiva está ardiendo. También está ardiendo la sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surge por motivo de la impresión auditiva. ¿Ardiendo con qué? Ardiendo con el fuego de la pasión...” Lo mismo ocurre con la nariz, la lengua, el cuerpo y la mente. Todo está ardiendo.

El oído está ardiendo. Los sonidos están ardiendo. ¿Cuándo están ardiendo el oído y los sonidos? Cuando hay en nuestra mente pasión, odio o ignorancia. Se dice que arde la conciencia, la impresión y sensación auditiva. Y el oído arde con el nacimiento, la vejez y la muerte. Estamos ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando sentimos pesares debido a algo que oímos. Por tanto, el oído es un lugar que puede también arder con diferentes clases de fuegos.

La nariz está ardiendo. Los olores están ardiendo, etc. Surge en nosotros pasión o deseo cuando olemos algo que nos gusta, por ejemplo, el olor de un perfume. Se dice que la conciencia olfativa arde con pasión, deseo y apego cuando hay pasión, deseo o apego en nuestras mentes. Sentimos coraje cuando olemos algo que no queremos oler como un mal olor.  En ese momento estamos ardiendo con odio, ardiendo con cólera. Se dice que estamos ardiendo con ignorancia cuando estamos indecisos sobre algo que olemos, cuando no conocemos acerca de algo que olemos. La nariz y los olores tienen un principio y un fin. Por tanto, arden con nacimiento, vejez y muerte. También podemos sentir pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando sentimos pesar por algo que olemos. Arde todo lo relacionado con la nariz; olores, conciencia, impresiones y sensaciones.

“La lengua está ardiendo. Los sabores están ardiendo.” Podemos tener apego o deseo cuando probamos algo que nos gusta. En ese momento arden nuestras lenguas. Sentimos odio o cólera cuando probamos algo que no nos gusta. Así que en ese momento nuestras lenguas también están ardiendo.

Esto ocurre muy a menudo porque cada día experimentamos imágenes, sonidos, olores, sabores, objetos tangibles y mentales. Tendemos a sentir deseo o apego cuando nos topamos con cosas que nos gustan. Tendemos a sentir cólera u odio cuando nos encontramos ante cosas que no nos gustan. Por tanto, es muy difícil mantenerse a salvo de caer en lobha o dosa.

“El cuerpo está ardiendo. Las cosas tangibles están ardiendo. La conciencia táctil está ardiendo... etc.” Se dice que nuestra conciencia táctil y nuestra conciencia corporal están ardiendo con pasión cuando sentimos apego al tocar algo agradable al tacto. Podemos sentir cólera u odio cuando tocamos algo que no nos gusta o cuando nos golpeamos contra algo y sentimos dolor. Nuestra conciencia táctil o corporal arde con odio cuando el enojo o el odio están presentes. Se dice que nuestra conciencia está ardiendo con ignorancia cuando estamos indecisos o no sabemos lo que tocamos. El nacimiento, la vejez y la muerte oprimen al cuerpo, los objetos tangibles y la conciencia. Ellos también arden con estos fuegos. Estamos ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando hay pesar con respecto al cuerpo.

“La mente está ardiendo. Los objetos mentales arden.” Algunas veces pensamos en algo que en nuestra mente es agradable o desagradable. Podemos sentir apego o codicia cuando pensamos en cosas agradables. Puede surgir apego o pasión cuando pensamos en algo agradable. Podemos sentir odio o cólera con objetos desagradables. Así que la conciencia mental también puede arder con pasión, odio, ignorancia y otros fuegos. También la mente es impermanente, va y viene. Se genera para luego desaparecer. Está oprimida por el nacimiento, la vejez y la muerte. Nuestra mente está ardiendo con pesar, lamentación, dolor, aflicción y desesperación cuando hay pesar, etc. con respecto a objetos mentales. En este contexto los objetos mentales significan “objetos del dhamma”.

De acuerdo con esto hay fuego en todas partes. Todo está ardiendo. Pero ¿hay fuego todo el tiempo? ¿Ardemos todo el tiempo? ¿Arden sus oídos todo el tiempo? Podrán decir “no” de comprender el Abhidhamma. No arde todo el tiempo. Sólo arde cuando la conciencia está acompañada por lobha, dosa o moha. Arde solamente cuando se tienen conciencias akusala, conciencias insanas con respecto al ojo, etc. El fuego se puede extinguir si podemos actuar en tal forma que no surjan conciencias akusala con respecto a los ojos, objetos visuales y demás. El fuego se puede evitar.  Se evita con respecto al ojo y al objeto visual cuando ven  algo placentero y no sienten apego hacia ese objeto. Lo mismo es cierto cuando ven algo desagradable y no se perturban o enojan. De esta manera evitan el fuego con respecto al ojo y al objeto visual. El fuego existe solamente cuando tenemos conciencias akusala. Podemos detener o evitar este fuego si logramos evitar que surjan las conciencias akusala cada vez que vemos, oímos, olemos, probamos, tocamos o pensamos.

Buddha dijo: bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve  ecuánime con respecto al ojo, se vuelve ecuánime con respecto a la forma visual, se vuelve ecuánime con respecto a la conciencia visual y se vuelve ecuánime con respecto a la impresión visual. También se vuelve ecuánime con respecto a cualquier sensación placentera o dolorosa, o ni dolorosa ni placentera que surja por motivo de la impresión visual.

Algunas veces cuando leemos los discursos debemos también entender lo que no está explícitamente dicho. El Buddha dijo: bhikkhus, el sabio y noble discípulo que comprende tales cosas se vuelve  ecuánime con respecto al ojo etc. Un discípulo debe practicar algo con el fin de ser ecuánime con respecto al ojo o las formas visuales. Antes de lograr la ecuanimidad debe hacer algo con respecto a esas cosas.

Cuando decimos que alguien es un doctor queremos decir que esa persona estuvo en una escuela de medicina durante un número determinado de años hasta llegar a ser doctor. Una persona es doctor porque debió haber sido estudiante durante un número de años. De la misma manera, cuando un discípulo sabe y logra ser ecuánime es debido a que tuvo que haber hecho algo antes de lograr la ecuanimidad con respecto a los ojos y demás.

Ahora, ¿qué debemos hacer para ser ecuánimes con respecto a los ojos, formas visuales y demás? Debemos practicar vipassana. Deben practicar estar en completa atención. Cuando practican estar en atención completa se logra ver la verdadera naturaleza del ojo, de las formas visuales, de la conciencia visual y demás. Verán que hay mente y cuerpo cuando lleguen a un cierto grado de concentración. Hay una mente que va hacia al cuerpo o materia pues la materia no percibe. Luego verán  que existe una relación de causa y efecto entre los diferentes fenómenos mentales y físicos. Todo sale de algo. No hay nada que venga de nada. Existe una relación de causa y efecto entre todas las cosas.

Luego llegarán a ver el surgir y cesar de las cosas. Cuando vean este surgir y cesar de las cosas podrán ver su naturaleza insatisfactoria así como la incapacidad de ejercer autoridad sobre ellas. No les podrán decir: No sean impermanentes. Así es que poco a poco podrán ir viendo la verdadera naturaleza de la mente y el cuerpo, la mente y la materia, hasta que se tornen ecuánimes hacia ellos.

Deben hacer algo antes de ser ecuánimes con los ojos y demás. Deben practicar meditación vipassana. Con la práctica de la meditación vipassana lograrán ser ecuánimes porque verán la naturaleza de las cosas al alcanzar samadhi (concentración) y el conocimiento de penetración. Verán cómo las cosas van y vienen, surgen y cesan, y no existen ni siquiera en dos momentos consecutivos. Se tornarán ecuánimes cuando algo aparece y desaparece, surge y cesa. No se aferrarán, ni desearán, ni apegarán a ello. Al ver a través de vipassana  se tornarán ecuánimes con respecto a todas las seis clases de objetos y sus conciencias correspondientes.

“Se desapegan al ser ecuánimes.” En este contexto ‘desapegado’ significa iluminación. Querrán liberarse de estas cosas cuando son ecuánimes hacia ellas.  Tratarán de salir de ellas y el resultado es que saldrán de ellas. Se dice que al salir de ellas se “volverán desapegados”, verdaderamente desapegados. Es como remover una mancha. A uno no le gusta tener una mancha en la ropa.  Uno es ecuánime con respecto a la mancha y trata de removerla. La ropa se vuelve limpia cuando la mancha es removida. En la misma forma tenemos las manchas de la pasión, el odio, la ignorancia y muchas otras. La mente se purifica cuando éstas son removidas y se torna verdaderamente desapegada.

Así que cuando se dice que: “Se desapega al ser ecuánime” significa que practica la meditación vipassana. Va de un estado mas alto a otro hasta llegar al estado de realización. En este estado su mente está desapegada. Se libera a través del desapego. Cuando hay desapego hay liberación de las impurezas mentales y finalmente también habrá liberación del pesar, la lamentación y demás, liberación de la rueda de renacimiento.

“Cuando se libera habrá el conocimiento de que se está liberado.” Cuando se está liberado se sabe que se está liberado. Esa realización o conocimiento llega por sí mismo a la persona. “Sabrá que el nacimiento ha sido consumado.” Sabrá que no habrá más renacimientos cuando se ha liberado. “Ha sido vivida la vida de santidad.” La ‘vida de santidad’ significa la práctica del sasana, la práctica de las enseñanzas de Buddha, la práctica de vipassana. La vida de santidad ha sido vivida. No hay nada más que hacer.

“Ha sido hecho lo que había que hacer.” Se refiere específicamente a lo que los monjes tienen que hacer. Aquí ‘lo que había que hacer’ significa practicar la meditación vipassana para liberarse de las impurezas mentales y del ciclo de renacimientos. Esto también se hace.
“No queda nada que hacer sobre esto.” No hay nada y no queda nada por hacer. Todo lo que se tenía que hacer ha sido hecho.

“La persona que está liberada conoce.” Se refiere al conocimiento reflexivo que llega después de la realización de la verdad y que llega después de los diferentes estados de santidad. “Esto dijo el Bendito,” es decir, Buddha dijo esto.“Los bhikkhus se alegraron y se regocijaron con sus palabras.” Los bhikkhus se alegraron y regocijaron con sus palabras mientras escuchaban el discurso. Aceptaron sus palabras.

“Las mentes de aquellos mil bhikkhus fueron liberadas de impurezas sin apego mientras se pronunciaba este discurso.” Esto significa que después de escuchar este discurso lograron convertirse en Arahants. Estos mil monjes escucharon el discurso del Buddha atentamente con alegría y aceptación. Al final del discurso sus mentes estaban libres de impurezas mentales. Ellos se convirtieron en Arahants.

Se asemeja a la realización que ocurre en un instante. Esto era posible durante la época del Buddha. Actualmente es muy, muy difícil. Aún la realización gradual es difícil. Fueron muy afortunadas aquellas personas que conocieron al Buddha y tuvieron la oportunidad de escuchar sus enseñanzas. Fueron aquellas que habían acumulado en sus vidas pasadas las cualidades o perfecciones necesarias. Eran los que estaban listos para alcanzar la iluminación. Esa es la razón por la que nacieron durante la época del Buddha, lo conocieron, escucharon sus enseñanzas y lograron la iluminación. Pero las personas de hoy día no son tan afortunadas como aquellas personas. No podemos ver a Buddha ni escuchar las enseñanzas de su persona o la comunicación personal de sus discursos. Así que  nos encontramos ahora aquí..

Hoy día sus enseñanzas todavía están disponibles. Lo que dijo Buddha cuando estaba a punto de  morir fue: “Ananda, cuando me haya ido mis enseñanzas serán el maestro.” Buddha no designó a ninguna persona para que lo sucediera. Dejó sus enseñanzas para que sus discípulos las consideraran como el maestro, como el Buddha. Ahora las enseñanzas están con nosotros. Podemos comprenderlas y leerlas. Aun hoy día podemos poner en práctica las enseñanzas de Buddha. Por tanto, no somos tan desafortunados.

También podremos llegar a realizar la verdad en esta vida si hemos acumulado suficientes perfecciones. Si no tenemos ninguna de las perfecciones podremos acumularlas ahora mediante la práctica de la meditación, siguiendo las instrucciones de Buddha y mediante la práctica de sus enseñanzas. No hay razón para desesperarse. Debemos tomar lo que tenemos ahora. Tenemos ahora las enseñanzas de Buddha y la práctica de meditación, especialmente de la meditación vipassana.

Solamente la meditación vipassana puede conducirnos a la liberación final, a la erradicación total de las impurezas de nuestras mentes. Aun cuando no podamos alcanzar en esta vida este estado superior, podremos disminuir las impurezas mentales o deshacernos de ellas poco a poco a tal grado que nos permita acercarnos a la realización, conforme pase el tiempo.

La práctica de la meditación vipassana debe hacerse con diligencia. Debe practicarse todos los días a fin de acrecentar nuestra observación de manera que desarrollemos el  conocimiento sobre los fenómenos físicos tal como verdaderamente son. Este conocimiento nos permitirá alcanzar la realización final de la verdad.

La meditación vipassana no es sólo para leerse o discutirse. Es para practicarse. Solamente cuando se  practica es que se pueden obtener beneficios de ella. Es como la medicina que tiene que tomarse para curar la enfermedad.

La meditación trata con nuestras mentes. Intenta limpiar nuestras mentes de impurezas. Por eso debemos esforzarnos. Nadie puede purificar nuestras mentes. Ni Buddha puede hacerlo. El maestro puede darnos instrucciones, decirnos qué hacer y qué no hacer, pero no puede purificar nuestras mentes. Solamente nosotros podemos purificar nuestras mentes. Debemos practicar y depender en nosotros mismos. Los maestros solamente pueden guiar, enseñar o instruir pero no pueden practicar por nosotros. El buddhismo o lo que nos  enseñó Buddha es una enseñanza que depende de uno mismo. Ustedes deben confiar en sí mismos. Entonces alcanzarán lo que Buddha y sus discípulos alcanzaron. Traten de practicar meditación y de hacer de la práctica parte de su vida diaria.

La meditación es como comer o dormir. Cada día comemos y dormimos. En la misma forma necesitamos cada día de la meditación porque nuestras mentes están casi siempre con impurezas mentales. Necesitamos limpiar nuestras mentes de estas impurezas mentales. La meditación es el único camino para lograrlo.

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* Plática por Venerable U Silananda. Traducción Española por Bertha Imaz. Editado por Ronald Martínez-Lahoz. Este material puede ser reproducido para uso personal, puede ser distribuido sólo en forma gratuita. ©CMBT 1999. Última revisión lunes, 13 de marzo de 2000. Fondo Dhamma Dana.